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delle cose umane e divine

(riprendo il sottotitolo del libro “Il segreto della domanda” non ho un delirio di onnipotenza :-)  )

ho ricevuto questo libro dall’ufficio stampa di Apogeo, l’ho letto con piacere e, nonostante confesso non me lo aspettassi, ne ho tratto molti spunti di grande interesse.

In questo testo e’ raccolta una parte della corrispondenza tra Umberto Galimberti e i suoi lettori su D la Repubblica delle Donne. Lo temevo una operazione commerciale, e temevo Galimberti uno di quei filosofi che prestati ai media ci prendono gusto perdendo di profondita’ e guadagnando in superficiale supponenza. Non e’ cosi’.

Il libro e’ in se concluso, non e’ una raccolta di lettere e basta, e’ un percorso, intenso e ragionato, 8 capitoli tematici dall’etica alla scuola, dalla fede al mondo del lavoro con uno spaccato molto interessante, sia in termini di discussione, sia dal punto di vista sociologico. Domande attente ed informate, proposte di ragionamento molto profonde; con un Galimberti sempre all’altezza della situazione.

Buona parte degli autori citati in questo libro li ho frequentati ai tempi dell’universita’ e mi suonano piuttosto familiari, e il linguaggio, la precisione e l’asciuttezza dello stile di Galimberti contribuiscono a promuoverli e a divulgarli in modo eccellente.

L’impressione che se ne ricava e’ che forse il lettore (pecorone a detta di giornalisti e direttori di giornali) merita qualcosa di meglio delle notizie tritate con l’accetta a cui siamo abituati. Forse l’approfondimento, che evidentemente manca in quasi tutta l’informazione da cui veniamo bombardati, non solo ha un mercato, ma addirittura e’ richiesto.

Un’opera meritoria, soprattutto per questo, soprattutto perche’ mostra come e’ possibile, anche dalle colonne di un giornale “leggero” discutere di temi alti e profondi, con una buona risposta sia qualitativa che quantitativa in termini di attenzione da parte dei lettori.

Galimberti porta a tiro di lettore grandi filosofi senza nulla togliere alla forza del loro pensiero, ma senza paludamenti scolastici ed accademici.

Molte idee e molto chiare, declinate in brevi e fulminanti risposte, i capitoli (botta e risposta) non superano mai le due pagine, rendendo il tutto molto leggibile e fruibile, senza alcuna omissione rispetto al percorso logico: di seguito una citazione di un passaggio piuttosto coraggioso di questi tempi

“Pur di salvare la bonta’ di Dio, il cristianesimo non esita ad aggiungere al dolore umano anche il peso della colpa. Per questo ho sempre dubitato che il cristianesimo sia le religione dell’amore. Dell’amore per l’uomo, tanto proclamato ma teologicamente smentito”

Che in epoca di religiosita’ di accatto non e’ precisamente banale :-)

E poi:

“Tra l’attuale destra italiana e la chiesa cattolica esiste una santa alleanza che e’ strutturale e non occasionale, dovuta al fatto che a entrambe manca il concetto di stato e di bene comune”

La destra tende a difendere i privilegi acquisiti e non un progetto di socialita’, allo stesso modo la chiesa condivide con la destra il primato dell’individuale sul collettivo dal momento che la salvezza e’ individuale, e lo stato serve a limitare il male.

Concetti estremamente condivisibili ma che nella nostra epoca sembrano “eroicamente” laici, contribuendo a ridurre il fragoroso silenzio di molti intellettuali.

Ancora due citazioni su aspetti che sono molto vicini alla riflessione che sto lentamente costruendo:

“Oggi il mondo accade perche’ lo si comunica, e il mondo comunicato e’ l’unico che abitiamo”

A proposito delle persone che si accontentano e del “manovratore” a cui si finisce per obbedire convinti che sia la migliore delle scelte possibili.

Ed infine:

“Gia’ il fatto che si parli di uomo come di un “capitale” o vi si faccia riferimento come “risorsa” (le cosiddette “risorse umane”) la dice lunga in ordine al punto di vista che oggi si assume nel considerare l’uomo. Tramontato il principio che regolava l’etica kantiana secondo cui “l’uomo va sempre trattato come un fine e mai come un mezzo”, oggi vediamo che non solo l’immigrato, ma ciascuno di noi ha diritto di cittadinanza non in quanto esiste, non in quanto uomo, ma solo in quanto “mezzo” di produzione e profitto… Se il tipo di pensiero e’ limitato al clacolo tipico della ragione strumentale, forse le imprese che si revilano esclusivamente su questo tipo di pensiero si precludono le capacita’ di anticipare e governare i cambiamenti, col risultato che avranno si una storia, ma non un futuro, per avere tralasciato quello che loro chiamano capitale umano che ha ritmi di accumulazione diversi dal capitale finanziario. Se quest’ultimo si misura sui tempi brevi del rendiconto trimestrale e della quotazione in borsa, il cosiddetto capitale umano esige un respiro piu’ lungo e una forza che si conquista per maturazione e arricchimenti successivi, di cui il pensiero calcolante non ha la piu’ pallida idea”.

Non e’ un romanzo e non ha niente a che vedere con una lettura di distensione un testo con cui vale la pena di misurarsi, che da un cotributo non banale alla lettura di una realta’ sempre piu’ decadente (o decaduta) che ha grande bisogno di una visione d’insieme.

dell’urbanistica

ho letto con grande piacere questo libro di Gianni Biondillo. Potenza del marketing e complice un divertente titolo l’ho visto in libreria e l’ho acquistato.

Una sorpresa dopo l’altra :-)

Diro’ che la prima parte, piu’ specificatamente legata alla storia dell’architettura mi e’ sembrata un po ridondante e quasi inutile, ma evidentemente stava parlando a qualcuno, qualcuno che, a differenza di me, poteva capire citazioni e valutazioni sugli architetti.

Straordinaria invece tutta la parte su Milano (la maggior parte del libro). Una Milano a partire dalle periferie,  con un accento sulla mitica Quarto Oggiaro, luogo che per molti anni ha rappresentato (pare proprio a torto) il luogo pericoloso dela Milano da bere.

Apprezzo molto la visione laica di Gianni Biondillo, preparato architetto, che decide di fare il divulgatore di cose di uomini. Rilettore dell’architettura come parte integrante dello sviluppo sociale e culturale del paese, fine, e severo al tempo stesso, fustigatore di tromboni e sedicenti artisti.

Come spesso accade mi e’ piaciuto rivedere Milano con degli altri occhi, a tratti piu’ competenti, a tratti addirittura feroci.

Alcuni passi sonostraordinari:

“Milano si pavoneggia delle sue eccellenze - la Scala, la moda, il design - ma nella realta’ sono eccellenze da esportazione. Non hanno alcuna ricaduta evidente nella citta’ di tutti i giorni. Nella citta’ di tutti noi.”

E a proposito di parchi:

“E qui altro che realta’ virtuale: siamo nella mistica delle intenzioni! A Milano si sa, il verde e’ una perdita di tempo. E di denaro. La citta’ dentro i confini amministrativi (non quella reale, smisurata, ben oltre tutta la provincia) copre un area relativamente piccola e densamente costruita. Mancano vere e proprie piazze a Milano, sentite come tali, se si esclude quella del Duomo. Il verde urbano, i parchi, i luoghi di incontro insomma, scarseggiano e sono sempre trattati come spazi residuali, poco valorizzati. Siamo in una citta’ dove perdere tempo, fermarsi, non ha letteralmente senso”

E infine:

“La verita’ e’ che le fabbriche sono ormai tutte dismesse, il panettone lo procucono a Verona, la nebbia in citta’ e’ scomparsa da 30 anni e il Duomo e’ sempre impacchettato e non lo vede nessuno”

Ora, certamente non facciamo di tutta un’erba un fascio, e quindi non si semplifica da nessuna parte, pero’ rileggere Milano con gli occhi di chi avrebbe voglia che i palazzoni diventassero luoghi vivi e non brutture da dimenticare, di chi considera la periferia un luogo propulsivo e costruttivo perche’ punto di approdo e di partenza del meticciato che sta vivificando la nostra societa’, credo sia una occasione da non perdere.

Biondillo ricorda con estrema lucidita’ che un tempo l’immigrazione venne gestita come un problema pubblico e quindi in chiave di welfare, dalla nascita delle case popolari, alla possibilita’ di alzare di un piano le abitazioni, ma in un ottica di gestione reale di un problema reale non e’ banale. Soprattutto perche’ oggi  i nuovi immigrati invece non esistono. Compaiono la mattina quando devono produrre e scompaiono alla fine della loro attivita’ al servizio della crescita dei nostri territori.

Si chiama politica dell’inesistenza, inesistenza che,m naturalmente sfocia in disaffezione per il territorio e marginalita’ sociale. Meno telecamere e piu’ servizi forse avrebbero un impatto un po’ piu’ realistico sulle questioni della sicurezza… ma tant’e’ :-(

“C’e’ nell’intera societa’ italiana una vera e propria erosione dello spazio pubblico, dei luoghi collettivi pubblici. Ormai sempre di piu’ la socialita’ si esprime in spazi collettivi privati. Dagli spazi ludici per l’infanzia a i parchi a tema, alle discoteche… Gli spazi pubblici collettivi sono sempre piu’ abbandonati, privi di senso, sempre piu’, loro per davvero, non-luoghi” … “E’ la citta’ chiusa, che ha come obiettivo non la sicurezza delle persone, ,a quella delle proprieta’, che non vuole una integrazione urbana, ma una esclusivita’ sociale (che si autoesclude e percio’ esclude da se’ gli altri) che mi fa paura”

Una paura che condivido; un modo un po’ troppo cialtrone e leghista di affrontare un problema che realissimo non trova sbocchi civili da troppo tempo

Lo stile e’ particolarmente piacevole, il linguaggio colloquiale e diretto, le tesi poco ridondanti e molto centrate. Insomma darei un voto alto e un bel complimento al nostro architetto/scrittore.

E ovviamente un invito a procurarsi il libro.

del passeggiare

la citazione e’ di Cassano, ma essersi presa la briga di metterla a disposizione e’ meritorio, grazie Flavia

dei professionisti e delle catastrofi

sono andato a vedere Gomorra, e non mi e’ piaciuto (del resto anche il libro lo avevo trovato cosi’ cosi’). Non sopporto Beppe Grillo e tutti i grillismi (diversi sono i grillini che per quello che e’ la mia esperienza sono brave persone), mi sta un filino antipatico Travaglio, eccellente azzeccagarbugli ma sempre strumentale almeno quanto le risposte che gli danno quelli che lui gratifica delle sue attenzioni… e via cosi’.

Mi rendo conto di essere potenzialmente snob ma quelli che, in modo estremamente felice, ho sentito definire professionisti della catastrofe non li sopporto piu’.

Sembra che improvvisamente sia scoppiata una specie di epidemia di cialtronaggine, di incapacita’, di cattiveria e di abominio, da parte della politica, delle classi dirigenti in generale. Beh, ahime’, in realta’ non e’ cambiato pressoche’ nulla da sempre, solo che adesso c’e’ sempre qualcuno che lo grida forte e alimenta la decadenza che stiamo vivendo.

Siccome, purtroppo, non son piu’ proprio un ragazzo, comincio ad avere un po’ di memoria storica vissuta sulla pelle e ricordo alcuni dettagli.

C’era una volta mani pulite, una straordinaria operazione mediatica che mando’ a casa una classe politica, o meglio, libero’ alcuni (pochi) posti di potere, aprendo la strada ad altri che ad oggi non sembrano avere inteso il governo della cosa pubblica in modo straordinariamente diverso. Nessuno mi toglie dalla testa che fu un’operazione di killeraggio politico che cambio’ tutto per non cambiare nulla, come spesso accade.

(Intendiamoci, chi ha rubato era giusto che andasse in galera, sarebbe stato meglio una iniziativa che non fosse solo mediatica ma che rimettesse realmente in discussione gli assetti di potere, purtroppo non e’ avvenuto)

Se ci ripensiamo un giovane magistrato rampante apri’ una pentola e ne usci una tremenda puzza di fogna e cominciarono avvisi di garanzia a raffica con alcune teste eccellenti che caddero (poche) con un sacco di omicidi civili, famiglie distrutte persone (che magari erano anche colpevoli) messe alla berlina nella maniera peggiore.

Il risultato fu (tagliando un po’ con l’accetta) fine di due partiti di rilievo DC e PSI, qualche eminentissimo fuori dai giochi, ma proprio pochini, una nuova legge elettorale, venduta come il cambio di passo, il grande rinnovamento, che non trova ancora oggi una reale applicazione, e un sacco di sigle nuove, di gente nuova, con programmi nuovi, con idee nuove per un itaGlia nuova. Beh i risultati non li ho visti. Salvo il giovane magistrato che ministreggia a destra e a sinistra (in senso letterale).

Un altro episodio: un bel giorno alle elezioni si presenta un partito nuovo, allora si chiamava Lega Lombarda, con un leader dotato di attributi che riusci’ a raccogliere intorno a se’ il consenso di un sacco, una enormita’ di persone, dicendo cose chiare e parlando sostanzialmente di soldi, grande merito di avere fatto politica sul serio, la lega da allora ha una base elettorale vera e solida, tralascerei sui contenuti e sui proclami francamente inqualificabili.

Una Lega che elesse chiunque in parlamento, alla guida delle province e dei comuni, con risultati francamente deludentissimi (provoco’ infatti la stagione dei sindaci del centrosinistra, una storia anche quella tutta da ricordare)

Poi la scesa in campo del cavaliere, quello che recupero’ i militanti aprendo le selezioni dei consulenti globali di programma italia (ve li ricordate gli spot?), quello che porto’ dentro il vocabolario degli italiani il termine “intrapresa” e che disse che lo stato e’ un’azienda che deve funzionare (secondo me e’ una stupidata, ma tant’e').

E adesso se apro un giornale, ascolto un tiggi o guardo la vetrina di una libreria o peggio ancora mi soffermo a guardare report scopro che e’ tutto un magna magna, tutti rubano, tutti si approfittano, c’e’ la casta, il cittadino e’ defraudato dei suoi diritti.

Insomma siamo alla catastrofe, dei costumi, della politica, un disastro.

Ma non era cambiato tutto, o non e’ cambiato niente?

Mi sembra che siano profezie che si autoavverano, mi sembra che se continuiamo cosi’ ci tiriamo adosso la catastrofe perche’ semplicemente smettiamo di pensare, smettiamo di occuparci, cominciamo a pensare che e’ tutto sbagliato, e’ tutto da rifare, ma che tanto non si puo’ fare niente e tanti saluti. E lasciamo campo libero a quelli che invece le cose le fanno e ci cucchiamo le scuole private (finanziate dallo stato), lo smog che le allergie non si contano piu’, una viabilita’ che fa ridere, con la macchina ti pianti in coda, il treno funzionicchia ma devi essere piuttosto motivato e se esci dalle grandi citta’ il trasporto urbano e’ una roba abbastanza da ridere, tanto per dirne qualcuna :-)

Mi sembra che i grandi padri nobili della rivolta delle chiacchiere stiano cercando un posticino al sole per rosicchiare anche loro un po’ di quella meraviglia, mentre quelli che stanno facendo una gran fatica col mutuo, con le tasse e con il lavoro flessibile, finiscano, ancora una volta ad accontentarsi (si lo so che l’ho gia’ detto, ma e’ una roba che continua a darmi fastidio) in modo che alla fine cambia tutto, cosi’ siamo sicuri che non cambia niente.

Non ho volutamente citato il PD perche tanto e’ abbastanza inutile :-(

Tra l’altro, se vi capita, andate a vedere “Il divo” che oltre ad essere un film proprio ben fatto e’ piuttosto interessante.

delle cose che succedono

due cose che faro’ e mi piacciono molto:

la prima con Marcello a Bergamo: l’inizio di un percorso per cominciare a rifondare il concetto di welfare.

Un aperitivo al caffe’ letterario giovedi’.

E poi qualche chiacchiera sul software libero dove, come mi piace, faro’ un po’di divulgazione su linux e sulla liberta’ della conoscenza

dei copia e incolla

delle volte e’ inutile, in alcuni casi addirittura dannoso, ma su questo non ho resistito

sudo apt-get install wife

e’ una battuta da veri nerd, ma forse non cosi’ oscura :-)

via dotcoma

delle giornate strane

oggi sono stato in una banca, volevo informazioni per rinegoziare il mutuo sulla prima casa, ovvero volevo portare ad una banca un sacco di soldi (una casa costa sempre un sacco di soldi) con una garanzia di ferro (la prima casa e’ considerata una garanzia di ferro) beh mi hanno detto che siccome stavano subendo una fusione non potevano aiutarmi, mi hanno detto di tornare a fine giugno…

poi ci siamo occupati di una persona a cui vogliamo bene e che ha avuto una brutta brutta avventura con un tale che ha pensato bene di darle un sacco di botte (maschio italiano geloso, in questo caso una carogna della peggior specie). Una schifezza orrenda, c’e’ stata di mezzo il pronto soccorso, una denuncia e tutto lo squallore del caso. Ho dovuto consolare un bimbo di 9 anni distrutto perche uno ha fatto male alla sua mamma, sono cose che non devono succedere.

Ho attraversato il paesello con due figli miei sulla loro bici e un figlio in prestito sul portapacchi, ho fatto una telefonata delicata da un campo di calcio (dove uno dei figli miei faceva allenamento) con le altre due carognette che ne facevano di ogni colore….

Tralascio il momento in cui ho visto un controllore chiudere le porte del vagone a calci (si si proprio a calci) di stazione in stazione (io alla terza sono sceso, ero arrivato)

Adesso in casa ci sono 3 bimbi, due miei e uno che sta con la sua mamma, una signora ammaccata (che ovviamente ha paura ad andare a casa, e francamente sono piu’ tranquillo anche io), mia moglie e’ fuori ed io installo linux sul PC di una amica, che proprio mentre scrivo mi ha mollato per andare a dormire; e contestualmente faccio tutte le cose che non sono riuscito a fare oggi.

E poi mi dicono che bloggo poco ;-)

Ah, un amico ha detto che casa mia e’ il castello dell’inusuale… bisognera’ che ci pensi un po su :-)

del rancore, del cinismo e della comunita’


                              

Due facce di una stessa medaglia: il racconto di una societa’ smarrita.

Con due intenti diversi e da due punti di vista diversi, sia “Rancore” che “Societa’ cinica” tratteggiano un affresco abbastanza inquietante: una societa’ composta da persone stressate, preoccupate ed in difficolta’, ma soprattutto timorose per il proprio futuro.

Il tema e’ la globalizzazione che ha tolto il terreno sotto i piedi agli interpreti della vita contemporanea.

Nella meta’ degli anni 90 facevo il libraio (e lo studente sfaccendato) e ricordo un testo che mi colpi’ per visionarieta’: “Il capitale lettere” in cui ci si poneva il problema di una societa’ ipertecnica senza umanesimo. Sono passati 10 anni e l’umanesimo diventa una delle esigenze della societa’ odierna.

Viviamo infatti una condizione di appagamento toale dei cosiddetti bisogni primari, al punto che non la pellagra ma l’obesita’ e’ uno dei mali del secolo, eppure il benessere non e’ percepito come sufficiente, come se mancassero gli strumenti per decodificare la realta’. Mancano i produttori di senso. Ciacuno di noi si muove in uno scenario in tutto e per tutto assimilabile alla foresta, come se fossimo cacciatori raccoglitori con i suv e l’aria condizionata. Del tutto spaesati e senza certezze, costantemente sotto attacco: stranieri, mercati globali, mutui subprime, incertezza sul lavoro, senza pero’ tutto il fondamentale riferimento simbolico mistico di appartenenza tipico delle tribu’, e soprattutto con una catena relazionale cortissima, nessuna comunita’ di riferimento.

Ho gia’ scritto del bel libro di Luc Ferry che individuava nella famiglia un possibile antidoto a questa costante ansia, e leggeva la crescita della scelta di costruirne una basata sull’amore come una esigenza per combattere questo spaesamento.

Potrebbe essere intesa come una lettura consolatoria o semplificatrice, certamente analizza un problema reale, certamente si sforza di fornire una analisi credibile.

Abbiamo bisogno di trovare senso a quello che stiamo facendo, abbiamo bisogno di radici, dobbiamo trovare un antidoto all’ansia verso l’ignoto nell’era dei voli low cost e della tariffa flat.

Bonomi indaga il significato di un voto, Carboni il significato di un atteggiamento, in entrambi i casi lo sfondo e’ la societa’ “del rischio” magistralmente tratteggiata da U.Beck.

In “Rancore” troviamo le splendide definizioni “naufraghi del fordismo”, tutti coloro che, terminato il sistema fabbrica, non hanno piu’ avuto riferimenti simbolici e concettuali sui cui costruire il proprio vivere, e “forzati della competizione”, tutti coloro che vittime di ritmi di vita veloci e fortemente competitivi inseguono dei non obiettivi, limitati al breve periodo senza il respiro necessario a giustificare, a fondo, il proprio agire. Le comunita’ (o quello che ne resta) si sentono agite, e quindi resistono (o reagiscono). Sono saltate le forme di coesione sociale e di narrazione comune, e’ necessario ricostruire il patto sociale che riconsegni a ciascuno il proprio ruolo.

Paul Saffo dalle colonne di Nova 24 del 24 aprile ci parla di cono dell’incertezza e di cono dell’possibilita’. Sedotti dalle infinite possibilita’ concesse dalla vita moderna rischiamo di trovarci in pieno dentro il cono dell’incertezza, del tutto spaesati r senza radici solide a cui fare riferimento.

Carboni introduce una dicotomia affascinante, opponendo al labour power, tipico della simbologia fordista, il brain power, potere della conoscenza, che al momento non ha riferimmenti simbolici, e’ fortemente immateriale e decisamente in divenire. E questa dinamica si sviluppa in un ambito di decomposizione sociale. In modo quasi feroce Carboni ci prospetta una immagine di societa’ passiva che subisce il cambiamento di valori, con una enorme difficolta’ ad interpretare il rapporto tra individuale e collettivo, con il soggetto fortemente depotenziato e spaesato ed un collettivo sempre piu’ distante e nemico.

Le reti si accorciano e si riduce l’ambito di operativita’ rassicurante, una volta rappresentato dalla comunita’. La fiducia diventa merce preziosa e scarsissima.

Parlo dei due libri in parallelo perche esistono alcune tesi di fondo. La politica, per entrambi, risulta in forte deficit di rappresentazione e di rappresentativita’, e sempre piu’, sul mercato della sloganistica, vince la deriva securitaria e forcaiola che vince con i costanti richiami alla casa e alla sicurezza come elementi interpretativi ineludibili e risolutivi i mali del mondo.

Una sorta di rincorsa all’esclusione, si alzano gli steccati necessari a tenere fuori un nemico che prima di tutto e’ simbolico.

Va ripensato e ricostruito un centro, un centro che sia fisico, la piazza, un centro che sia simbolico, la produzione valoriale, un luogo a cui potersi riferire. Affermazioni che trovo in un terzo ed interessante testo: “Il senso delle periferie” di Davide Bazzini e Matteo Puttilli, in cui a partire dall’urbanistica si cerca di dare alcune risposte.

Un concetto importante, una declinazione del capitale lettere e’ il capitale sociale, ovvero l’insieme di relazioni che vengono utilizzate dall’individuo per produrre e riprodurre quelle norme inclusive di legame sociale, al fine di mantenere ed incrementare il senso di identita’ e il senso di appartenenza ad una realta’: una realta’ che diventa locale, localizzata. Il capitale sociale rappresenta le connessioni di rete. L’avvalersi di questo connessioni produce scambi e rapporti di reciprocita’ che costruiscono un importante supporto alla creazione di se’, al fine di costruire un progetto di scelta.

Progetto e scelta diventano elementi fondamentali e sostanziali, la capacita’ di progettare e la forza di scegliere stanno a valle di una rete solida che consenta di contenere l’individuo.

Relazioni sociali e fiducia diventano il mezzo, il fine di una politica responsabile e’ quello di mettere in atto azioni per stimolare questi elementi.

Dice Baumann: “la comunita’ incarna il tipo di mondo che non possiamo avere, ma nel quale desidereremmo tanto vivere e che speriamo un giorno di poter conquistare” , e ricorda Roberto Esposito (in “Liberta’ comune” Micromega 4/94) che comunita’ deriva dal latino Communitas che a sua volta deriva da Munus, dono, oppure obbligo nei confronti dell’altro. Una comunita’ dunque non e’ determinata da questioni di appartenenza, ma dalla volonta’ di offrire parte di se in favore dell’altro, per un obiettivo comune. Situazione estremamente distante dalla realta’ che vivamo tutti i giorni che ma che sta prendendo una forma definita e strutturata sul web, luogo dove si assiste ad una ricostruzione di legami sociali particolarmente interessanti

La questione identitaria, rappresentata da certo vetero fascismo e leghismo si pone come strumento per riconoscersi per opposizione, e’ riconoscibile cio’ che non e’ diverso (quindi lo straniero deve essere cacciato in quanto fonte di tutti i mali) ed ecco che si palesa in modo evidente il simbolo, fortissimo del capro espiatorio, che assomma su di se tutti i mali e che una volta sacrificato, purifica la comunita’. E’ evidente che questa lettura e’ semplicistica ed insufficiente, ma e’ necessaria una posizione che sostenga una alternativa, mentre le rincorse verso la deriva sicuritaria altro non fanno che alimentare questo sentimento di odio sempre meno sottaciuto e sempre piu’ evidente.

E’ necessario re investire nei luoghi reali o vortuali che siano dove si possa coltivare comunita’, dove si possa coltivare produzione di senso, dove sia possibile trovare quella requie che consenta di accogliere il mondo cosmopolita che siamo chiamati a godere nei prossimi anni.

dello sradicamento

 

Fa parte della bellissima collana azzurra di garzanti, libri di ottima fattura a costi molto abbordabili

La paura,ci dice Ferry, e’ un concetto che accompagna sempre piu’ tutta la nostra vita e il nostro agire, leggendo in filigrana lo status sociale dell’uomo europeo, egli si sente sempre piu’ sotto attacco, sia dalle forze esterne (terroristi, cinesi che minano il mercato, stranieri che tolgono il lavoro e minano la sicurezza) sia dalle forze interne: (lavoro precario, politica che non da risposte).

Il senso di angoscia e senso di espropriazione rendono l’uomo contemporaneo teso ed impaurito. I motivi di questa ansia sono oltremodo evidenti, la globalizzazione ha tolto di mezzo molte sicurezze, la fine del fordismo ha fatto il resto, lasciando gli individui orfani dei grandi produttori di significato a cui accodarsi: la fabbrica, le ideologie, le religioni. Ecco che quindi e’ la famiglia che diventa il “luogo del politico”. Fa sorridere la potenziale riproposizione de “il personale e’ politico” di cui in questi mesi si festeggia l’anniversario, in realta’ la vicenda e’ diversa.

Lo sradicamento (di cui parlo’ bene Simone Weil) e’ il sentimento diffuso. Sradicamento dalla storia. Il sentimento che si pare cogliere e’ l’assenza di un racconto dentro cui inserirsi.

Pensatori piu’ bravi di me hanno gia’ evidenziato come la fabbrica fordista e in antitesi il falansterio e la comune, come luoghi alternativi, rappresentavano il racconto dentro cui gli individui si inserivano.

Ciascuno stava dentro un divenire strutturato, dentro il quale si facevano scelte, ma che vedeva una strada tracciata. A partire da una strada tracciata sono possibili tutte le deviazioni possibili, ma era costante il ri-conoscersi dentro questi racconti. Anche il Ribelle di Junger, il Lupo della steppa raccontato da Herman Hesse, si riconoscevano, in una scelta estrema, si riconoscevano per differenza, per presa di distanza da un racconto dentro cui erano inseriti. L’estremo rifiuto e’ un gesto drammatico, anche tragico, ma un gesto che parte da un riconoscimento e culmina in un altro ri-conoscere se stessi in un’altra narrazione, a partire da un racconto certo e consolidato, da cui si decide di uscire.

La societa’, per quanto oppressiva, ipocrita ed odiosa, la fabbrica per quanto alienante e dolorosa rappresentavano un orizzonte di senso un luogo dello spirito dove ciascun individuo trovava il suo ruolo, sia dentro che fuori, ma in rapporto con questa costruzione.

Le fabbriche sono state smantellate, parcellizzando infinitamente la realta’ lavorativa, la societa’ si e’ aperta, e’ cambiata, per reazione dall’oppressione ricordata da Freud e Winnicott si e’ passati al nulla, alla totale irriconoscibilita’. Molti di noi non sono ascrivibili a categorie, perche’ il lavoro e’ un lavoro non strutturato, perche’ le scelte abitative si devono adattare ai costi e non tengono necessariamente conto dei legami, perche’ la societa’ sfugge di mano per l’immigrazione, per la volatilita’ dei rapporti, per l’evidente difficolta’ a coltivare rapporti umani nella frenesia imposta dai ritmi moderni.

L’individuo finisce per trovarsi in un costante “nessun luogo” con nessuna prospettiva certa, senza un ruolo codificato da interpretare.

Questo ingenera uno stress fortissimo. La necessita’ di inventarsi costantemente un ruolo e’ drammatica e dolorosa, la ricerca di un rifugio e’ naturale.

In modo a mio parere condivisibile Ferry vede questo luogo rassicurante nella famiglia. Una famiglia profondamente rifondata, al punto che l’indicatore di sanita’ sono i frequenti divorzi. Frequenti divorzi che certificano che la famiglia (intesa come luogo dello spirito e non come istituzione) e’ vissuta in modo completo, una famiglia che vive di amore e che quando amore non c’e’ piu’ chiude l’esperienza. Una famiglia dunque solida, non piu’ basata sull’ipocrisia e sull’obbligo di sopportazione da parte del femminile (tanto per fare un esempio).

Altro elemento indicatore forte sono i figli, preziosi al punto da diventare il fulcro del ruolo dell’adulto genitore, al punto che e’ normale pensare al sommo sacrificio del genitore per il figlio. Cosa ormai ovvia ma per nulla scontata, l’autore riporta molti casi in cui la sopravvivenza dei bambini era tutt’altro che scontata e tutt’altro che ricercata.

Famiglia come rifugio di una soggettivita’ deprivata in cerca di certezze e di requie.

Famiglia che perde tutte le caratteristiche oppressive tipiche della visione fordista e diventa un appiglio nel mare in tempesta del mondo globalizzato.

Famiglia che erroneamente interpretata finisce per diventare una specie di minestra riscaldata per quanti da un pulpito confessionale o dagli scranni del parlamento inneggiano ai sacri valori, senza cogliere la rivoluzione copernicana ormai ampiamente avvenuta.

A mio modo di vedere questa analisi e’ un buon punto da cui partire, e’ un’interessante base su cui ricominciare a pensare ad una prospettiva politica che cerchi di scendere dallo scranno del pulpito televisivo e cominci ad analizzare una societa’ di cui non sa piu’ nulla.

di quelli che si accontentano (ovvero de “la casta”)

circa un anno fa, proprio sotto le feste di Natale (mi pare di ricordare) fu pubblicato un liboro dal titolo “la casta”. Un libro a tesi che mirava a sottolineare tutte le orrende nefandezze fatte da una classe politica che vive di privilegi abnormi.

Una lista impietosa dei privilegi, vantaggi di cui gode la nostra classe dirigente. Naturalmente questo libro ebbe (ed ha) un grande successo.

Non molto tempo dopo sulla scia di questo successo venne pubblicato un libro su “la casta dei giornali”. Una sorta di sottodeclinazione, qualcuno disse che questo libro e’ il capitolo che manca al fratello maggiore.

Non molto tempo fa capito in libreria e trovo “la casta del sindacato”.

A questo punto mi pare d’obbligo una riflessione che, si badi bene, non vuole assolutamente essere consolatoria: i privilegi dei politici, le schifezze dei giornali finanziati e l’inutilita’ di certo sindacato sono li da vedere ed e’ piu’ che giusto stigmatizzarle ma… Non stiamo correndo il rischio di stigmatizzare (dopo la casta dei notai, degli avvocati e dei commercialisti, dei medici…) anche la casta dei fruttivendoli, degli idraulici e dei salumieri? Mi spiego meglio, non ci stiamo esercitando nel noto sport del lancio del bimbo con l’acqua sporca causa esigenze di semplificazioni?

Mi pare evidente l’accontentarsi di molte persone che, pur essendo intelligenti e colte, preferiscono pochi slogan autoconsolatori, che, ben lungi dal risolvere qualcosa, in qualche modo leniscono la frustrazione.

La frustrazione di conoscere la beceraggine del politico che spende in cancelleria in un anno quello che spende per mangiare(nello stesso tempo) una famiglia del Sahel o di inutili giornali stampati per il solo motivo di ingenerare posti di potere e poi regalati ecc.

Questa atmosfera di caccia ai cattivi rende tutto piuttosto plumbeo da un lato, e dall’altro ricorda una celeberrima massima di uno dei perdenti piu’ straordinari della storia del ciclismo che diceva “tutto sbagliato, tutto da rifare”. Sembra di assistere ad una prosopopea di piagnoni che dal folto delle piazze urlano cose innominabili e giustissime, ma che altro non sono se non lamentationes.

Ci accorgiamo cosi’ immediatamente che questo termine “casta” di derivazione indiana, assai complesso e cardine di una societa’ gerarchica fortemente strutturata, risulti, per quanto ci riguarda, del tutto inadeguato, sia dal punto di vista lessicale che da quello concettuale.

E forse forse la cosa che succede e’ che abbiamo un altro punto messo a segno da un potere che continua a basarsi sul “panem et circenses”, conscio del fatto che il cittadino medio si accontentera’ della gogna mediatica, senza disturbare realmente il manovratore.

sic transit gloria mundi