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Macchiavelli, la politica, la storia e i tempi moderni

Gli eventi che hanno caratterizzato la politica negli ultimi giorni sembrano particolarmente rivoluzionari.
Si raccontano cambiamenti in corso di grande rilievo, in modo particolare viene richiesta una profonda riforma del Partito Democratico. A sinistra del PD Vendola ha già lanciato il suo cantiere.
E' tutto un vociare cambiamento, rilancio, impegno. Ci sono già i leader designati a scontrarsi nella battaglia campale.

Mi colpisce anche come sia bastato il flop nel piccolo Friuli Venezia Giulia per liquidare l'esperienza M5S.

Poi mi capita un piccolo PBE, quei libri Einaudi che mi fan venire matto quando giro per le libreire dell'usato.

Eugenio Garin scrive un saggio breve (che raccoglie due conferenze) dal titolo: Macchiavelli tra politica e storia.

Io l'ho letto, e ne ho tratto tre concetti:

Fare politica significa studiare e capire la storia, e servirsene. La verità non è figlia del tempo, ossia non è il frutto conquistato di una faticosa ricerca; è la realtà sempre uguale a sé stessa a cui si è strappata la maschera del tempo.

E non è molto rincuorante sia dal punto di vista della necessità dello studio, sia dal punto di vista della realtà sempre uguale a sé stessa.

[…]
Eadem sunt omina semper (De rerum natura)

La citazione tratta da Lucrezio dice che i presagi sono sempre gli stessi

[…]
Macchiavelli sapeva, e lo ripeterà, che il richiamo della storia è destinato a rimanere sempre inascoltato.

E infine Garin ci ricorda il Macchiavelli pensiero.

Insomma, io non la vedo bene, ecco.
 

Le parole e la politica

Massimiliano Coccia lo conosco da tanti anni.

Me lo ricordo giovanissimo con una improbabilissima cravatta sopra i jeans e le scarpe da ginnastica per motivi istituzionali (la cravatta dico).

Romano de Roma (da poco trasferito a Milano per verità) ho continuato a seguirlo nei vari luoghi che la rete mette a disposizione.

Beh, oggi lo leggo su Nuovo Paese Sera, a proposito dell'affaire di Cristiana Alicata che, per non sapere né leggere né scrivere, ha dichiarato che teme dei brogli alle primarie del PD romano perché c'erano molti Rom in coda per il voto (quindi, ovviamente, i voti erano comprati). Mi permetto una semplificazione così tranchant perché i link danno conto del fatto nella sua interezza.

L'intervento di Massimiliano è a tal punto sintetico e condivisibile da perdonargli sia i refusi (davvero troppi), sia il sottotesto che, si vede, toglie qualche sassolino dalle scarpe.

Segnalo due passaggi che secondo me sono significativi:

 Le parole non si utilizzano come un randello, le parole hanno un peso, comportano prese di responsabilità e tu, ieri, con quelle parole, hai vanificato il lavoro di centinaia di operatori sociali, di associazioni e di cittadini che si battono perché all'esterno si  radichi la percezione che i rom e i migranti, fanno parte del nostro tessuto sociale a tutti gli effetti. 

[...]

 una persona che fa politica deve usare le parole per bene e conoscere le situazioni da vicino, perché il punto più basso di tutta questa vicenda è che, e lo so per certo, tantissimi migranti e rom hanno votato per convinzione, perché succede anche che ci siano amministratori che li mettano al centro di processi di cambiamento. Fare di tutta un'erba un fascio è uno dei difetti che più si avvicina al razzismo e devo dire che in questa e in altre occasioni tu, purtroppo lo hai fatto. A Milano, dove mi trovo adesso, durante la campagna elettorale, ho visto tanti rom, sinti, migranti, seconde generazioni, partecipare attivamente alla vita politica della città, perché come disse uno di loro una sera in un circolo Arci: "non mi sento italiano perché qualsiasi cosa facciamo ci attaccate, ma sono felice di partecipare per cambiare le cose".

Mi piace e condivido il richiamo, forte, all'uso del linguaggio da parte della politica. Il pecoreccio a cui siamo abituati non può e non deve essere il parametro di riferimento. E' necessario che chi vuole rappresentare i cittadini faccia uno sforzo per costruire una rappresentazione un po' migliore.

E di margini di miglioramento ce ne sono, direi, dando ovviamente per scontato che la tensione della competizione, e la pervasività dei social network, qualche volta, spiegano gli scivoloni.

Qui l'articolo completo

Ricordo di Enzo Jannacci (invecchio e divento sentimentale)

Questa sera è morto Enzo Jannacci.

Era anziano e malato. Lo sappiamo che prima o poi finisce così, Jannacci è finito nella coda dell'inverno più lungo e freddo degli ultimi 50 anni. Son sfighe.

Quando succede che muoion persone come Jannacci, finisce che ci si mette lì e si ripensa. Mi era successo con De André, ma ero ancora giovane, poi con Gaber. Ecco, con Jannacci mi sa che sono al punto giusto della cottura e mi scappa il sentimentalismo.

Sono inciampato in Jannacci che ero ragazzino. Era la metà degli anni '80, una roba che a ripensarci nemmeno si crede che sono esistiti quei tempi lì. E invece...

Beh era la metà degli anni '80 e io studiavo da intellettuale organico, troppo magro e sfigato per le ragazze mi ero buttato nella cultura. Quindi niente musica commerciale, solo cantautori, e libri su libri. Leggevo tutto Hesse, per intenderci.

Erano i tempi in cui il sabato pomeriggio scappavo da casa appena dopo pranzo, prendevo il treno per Milano e scendevo a Porta Genova, c'erano Senigallia, i Libraccio e il Discomane. I tre capisaldi della mia cultura giovanile. I luoghi di un pezzo importante della mia formazione. A Senigallia mi guardavo in giro, al Libraccio compravo cose improbabilissime di Einaudi (roba di saggistica pesa, roba senza alcun senso) e al Discomane mi son comprato tutto il rock degli anni '70, tutti i cantautori e, appunto, Jannacci.

Prendevo il treno, scendevo a Porta Genova, facevo il mio giro, compravo quello che potevo permettermi (la mancia a quel tempo era quello che era) e poi tornavo verso casa. E sul treno leggevo i miei saggi, e appena arrivato a casa mettevo i vinili sul piatto, nemmeno cenavo talvolta. 

Beh le canzoni di Jannacci son proprio belle, non me ne viene in mente neanche una brutta. Ma tre per me son proprio speciali, più speciali delle altre.
Una è Vincenzina, Vincenzina e la fabbrica. Che è una storia a sé, la mia storia, di  ragazzino poco più che quindicenne commossissimo che guardava Romanzo popolare. Il film racconta di emigrazione e di fabbrica, una storia d'Italia tenera e feroce che mi fece pensare parecchio. Con la colonna sonora di Jannacci.
E poi Sei minuti all'alba. Storia spampanata di un poveretto condannato a morte, perché disertore. Uno che è scappato perché era stufo di fare la guerra: un condannato a morte educato e perplesso perché non capisce mica.

Mi commuovo ancora a sentirla, sta canzone. Una canzone umana, dolcissima.

Enzo Jannacci mi ha raccontato di un popolo bello e brutto, un popolo che sono io, ha raccontato Milano, una Milano che ho fatto in tempo a vedere, un po'.

E adesso che Jannacci non c'è più; quella Milano lì non c'è più, e quella gente lì che non la riconosco più; ecco, tutte queste cose mi mancano, tanto.

E insomma chissà se ha senso o serve a qualcosa, ma mi faceva piacere ricordarmi di quelle sensazioni e di quel ragazzino che voleva capire le cose. Non sono mica sicuro che ci sia riuscito. E intanto, l'ex ragazzino invecchiato si fa cullare dalle note che, un pochino, scaldano il cuore.

E la terza canzone è Soldato Nencini che racconta della leva obbligatoria, di un terone ad Alessandria e di un cane pezzato marone (la singola r non è un refuso), e di Mariù che lascia il povero Nencini e che, beh, fa male ancora adesso.

Caro Enzo Jannacci, ti sia lieve la terra.

Leggere Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli, a vedersi, parrebbe un signore dotato di significativa bonomia. Un signore simpatico, di una certa età, con lo sguardo aguzzo. Uno da cui ti aspetti la battuta fulminante. Uno di quelli che se ci inciampi bevendo il caffé fa piacere farci una chiacchiera.
Ma Manganelli scrittore è feroce. Intenso, pungente. Picchia duro sull'italico volgo (ricomprendendo nella categoria dal portinaio al ministro), e sulla italianità. Uno di quelli che non ne fa passare una, ma senza spocchia. Come se lui, per primo, fosse il destinatario della sua crudele analisi.

In un tempo felice acquistai l'opera omnia del nostro, e ora, piano piano, me la sto rileggendo. E imparo. Sono sul treno o in metropolitana, armato di matita e post-it e mi segno le cose rimarchevoli, quelle che mi balzano agli occhi, e mordono il cuore.

E la raccomandazione suona un po' così:

[...]

 

E' possibile che il potere non sia ingiusto? E' pensabile un potere che rinunci ad essere potente? La raccomandazione presuppone, non solo un potente, ma un debole; e il potente ama i deboli di un affetto cannibalesco, giacché essi sono i pascolo dei suoi candidi denti.
[...]
La raccomandazione è vergognosa; ecco, sono incerto se porre a questo punto una interrogazione; giacché mi accorgo di quante cose vergognose è fatta la nostra esistenza, quanto c'è in essa di ontoso, di clandestino, di inconfessato. L'italia - dove l'istituzione fiorisce ma che certamente non ne è il suo eden - non pare interessata all'idea di una società giusta; essendo una società di moltissimi deboli e pochi potenti, è una società di complici.
Abolire la raccomandazione, e per legge, vuol dire impedire ai deboli di essere tali, ed ai potenti di godere di potenza; e notate che a fare la legge dovrebbero essere i potenti, e gli altri potenti dovrebbero amministrarla.
Che in tempo di rinnovata pietas della politica; una pietas tutta da dimostrare, mi pare un punto da tenere presente.
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