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Elementi di lele_rozza Vai all'album di lele_rozza

Lo spettacolo, la massa e il carnevale.

La lettura dei classici torna sempre utile.

Barthes in Miti d'oggi parla del Catch (adesso si chiama Wrestling). Elias Canetti in Massa e potere parla di massa e di scarica, Michail Bachtin in L'opera di Rabelais e la cultura popolare parla di carnevale. E tutti ci aiutano a decrittare un fenomeno che ha, nel bene e nel male, cambiato il modo di pensare la politica in Italia. Ne è uscito questo, che ha il dono di essere breve :-)

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I tempi ancora moderni di Charlot

 La commedia di Charlot, un tempo vista come possibile metafora della rivoluzione imminente torna di estrema attualità.

Il proletario di Chaplin è affamato, scaltro e sofferente, e vuole mangiare. Niente altro. Fame e voglia di qualcosa di buono.

Di tutta la narrazione marxista e cattolica degli ultimi 100 anni rimane solo quello, la fame che, fortunatamente si è declinata verso emergenze minori, ma di emergenze si tratta.

Risolta la questione cibo, si passa all'abitazione, ai viaggi, agli abiti cool. Legittimo e indiscutibile, il poveraccismo abbandona il marxismo e la chiesa per dare spazio ad altre istanze.

Il nostro papa come noto veste Prada e anche abdicato, non abdica al suo essere elegante.

Una premessa che deve prevedere una presa d'atto.

I partiti post marxisti e post cattolici continuano, pervicacemente nell'offrire ricette. Offrono ricette di sviluppo, si sostituiscono al sentire comune, si pongono come educatori della società. Educatori non richiesti e sempre più residuali.

La pancia della società continua ad essere considerata come un tratto negativo, come una cosa da combattere.

Così si perde. E loro hanno perso, malamente.

Le persone (non la gente che ormai è un po' frusto come concetto) non vogliono farsi spiegare un bel nulla.

Non servono fenomeni che danno letture della società e che danno la linea. Le persone vogliono riconoscersi nei propri problemi.

L'unione europea non funziona perché è troppo distante e difficile.

Lo stato non funziona perché è solo un problema, il cittadino non capisce a cosa serve, sfugge nelle sue articolazioni.

Una misura da qualche miliardo sembra un'enormità, poi si scopre che vale spiccioli, ma i cittadini vedono un'enormità.

Nel dubbio il cittadino si arrabbia.

La lezione che si trae dall'accorato discorso di Pierluigi Bersani all'indomani della vittoria di Pirro alle elezione del 2013 è che, ancora una volta, è lui a non essere stato capito. Lui che è capace di fare solo quel mestiere, il mestiere di non fare le promesse.

Ora il problema si pone. Il risultato di non fare promesse, di tenere insieme tutto per non perdere niente, produce l'ingovernabilità.

Se il bel gesto di non essere populisti restituisce un risultato astronomico al populismo, credo che almeno per responsabilità sia necessario abdicare dal proprio ruolo di anime belle e porsi il problema di provare a rappresentare (nel senso più teatrale possibile) qualche cosa.

Uno sforzo rispetto alla riduzione di gap tra il sentire comune e la politica va costruito.

Mentre scrivo la cocente sconfitta del centrosinistra alle elezioni nazionali, e ancora di più a quelle regionali lombarde parla chiaro.

Gli spiegoni di quelli che “la sanno” temo siano definitivamente da archiviare.

Le persone non sono educate né vogliono farsi educare, la storia lo insegna a tutti tranne che ai materialisti storici e agli esperti di dottrina, che è abbastanza buffo, tutto sommato.

Elezioni: le persone, la politica, le chiacchiere, le convinzioni

In tempo di elezioni succedono cose molto strane. Giorgio Gaber un milione di anni fa, raccontava nella sua canzone "Le elezioni" (appunto) di un mondo diverso, vellutato, dove il tempo si ferma e tutto funziona, per il tempo di un voto.

Io invecchio e non son certo di ricordare bene le cose, ma, francamente, era tempo che non sentivo un'atmosfera così carica, epocale, durante una campagna elettorale.

E allora, siccome di queste cose sono molto curioso ho fatto ciò che non faccio mai, ho guardato la tv, ho seguito le dirette, i comizi, le discussioni.

E mi suonava in testa qualcosa. Io avevo già letto quello che stava succedendo, qualcuno lo aveva raccontato e non mi ricordavo chi. E poi, come sempre succede, l'illuminazione, ovvia e semplice. Era Elias Canetti, una delle mie letture di gioventù che aveva prodotto un'analisi lucidissima e feroce del concetto di massa, in modo puntuale nel suo Massa e potere.

E' stato facile riprenderlo e recuperarne qualche passaggio:

 Nulla l'uomo teme più che essere toccato dall'ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi, conoscerlo, classificarlo.

[…]

Solo nella massa l'uomo può essere liberato dal timore di essere toccato... Dal momento in cui ci abbandoniamo alla massa, non temiamo di esserne toccati. Nel caso migliore siamo tutti uguali... D'improvviso, poi, sembra che tuttto accada all'interno di un unico corpo.

Interessante declinazione del concetto di animale sociale, declinazione dentro cui sempre più spesso ci ritroviamo, almeno in termini di aggregato. Diverte rileggere alla luce di queste affermazioni i giornali del periodo emergenza stranieri in Lombardia, un'emergenza esplosa qualche anno fa ed improvvisamente scomparsa con lo scomparire del centrodestra alla guida del comune di Milano.

E la massa acquisisce ruolo e concretezza quando avviene ciò che Canetti definisce Scarica:

 Il principale avvenimento all'interno della massa è la scarica... All'istante della scarica i componenti della massa si liberano delle loro differenze e si sentono uguali.

In particolare dobbiamo intendere le differenze che si impongono dal di fuori: differenze di rango, di condizione, di proprietà. Gli uomini in quanto singoli sono sempre coscienti di queste differenze, che pesano su di loro e li spingono con forza a staccarsi gli uni dagli altri. Ciascun uomo ha un posto preciso nel quale si sente sicuro, e con i gesti esprime efficaciemente il suo diritto di tenere lontano da sé tutto ciò che gli si avicina.

[…]

Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. E' precisamente ciò che avviene nella massa.

[…]

Nella scarica si gettano le divisioni e tutti si sentono uguali. In quella densità in cui i corpi si accalcano e fra essi non c'è spazio, ciascuno è vicino all'altro come a sé stesso. Enorme è il sollievo che ne deriva. E' in virtù di questo momento di felicità che nessuno è di più, nessuno è meglio di un altro, che gli uomini diventano massa.

La massa si compie e compie il suo ruolo salvifico, offrendo a tutti un approdo, un momento di riparo e di ristoro. Ma il problema si pone, dice sempre Canetti:

 

Ma l'istante della scarica, tanto agognato e tanto felice, porta in sé un particolare pericolo. E' viziato da un illusione di fondo: gli uomini che d'improvviso si sentono uguali; non sono divenuti veramente e per sempre uguali. Essi tornano nelle loro case separate, vanno a dormire nei loro letti. Essi conservano le loro proprietà e non abbandonano il loro nome.

[…]

La massa in quanto tale. Però, si disgrega. Essa presente la propria disgrwgzione e la teme. La massa può sopravvivere solrnto se il processo di scarica continua su nuovi uomini che le si aggiungono. Solo l'incremento della massa impedisce ai suoi membri di tornare a strisciare sotto il peso dei loro carichi privati.

E questo mi è sembrato perfetto per raccontare tanti anni di politica italiana, di scelte da tifoseria. E  ancora più preciso nel raccontare questa campagna elettorale che, in qualche caso ha visto delle vere affermazioni fideistiche. Mi ha molto confortato nella mia snobistica affermazione che, al di là dell'analfabetismo di ritorno raccontato dall'ottimo De Mauro e che impazza in rete, noi siamo chiamati ad esprimerci su questioni che assomigliano molto più all'astrofisica che non a qualcosa che possiamo comprendere sul serio, e che il voto consapevole è abbastanza complicato, sia a destra che a sinistra.
Trovo molto rassicurante, come sempre, avere qualcosa o qualcuno che possa raccontare una storia convincente su una faccenda, il voto, che mi sembra un'alchimia sempre più chiara.

La nebbia e la banca

Non riesco a fare a meno di cercare cambiamenti.

Guardo la storia, leggo le storie cercando un sensibile mutamento. Potrei accontentarmi anche di un cambiamento piccolo. Non lo trovo.

Leggo Flaiano nel 1950 e mi ritrovo, trovo le cose che mi circondano 60 anni dopo.

Leggo Pontiggia nel 1960 e provo la medesima sensazione.

Il travet, l'omino di azienda, “l'impiegatino asburgico che un giorno morì di forfora” come scriveva David Riondino.

Il travet, quello che sta lì e risponde, quello che non agisce mai, al massimo reagisce. Lui è sempre uguale.

L'invidia, il piccolo mondo, è tutto uguale, non cambia mai.

Allora mi rifugio nelle atmosfere retrò. Nelle nebbie, nebbie alimentate anche dal carbone delle fabbriche, quelle che non ci sono più.

Come se fosse possibile solo peggiorare, come se il teatrino della civiltà cercasse in tutti i modi di autosostentarsi, perdendo di minuto in minuto una quinta, uno scenario; anche qualche personaggio.

Imperterrito però il teatrino prosegue, prosegue la farsa, del tutto ignara della ridicolaggine del suo apparire.

Una narrazione che vira dalla tragedia alla farsa senza soluzione di continuità e senza che il pubblico possa fischiare.

Gli autori sono morti, gli attori continuano impenitenti la recita in un teatro che cade, vuoto.

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