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Seminario sui luoghi comuni

Il romanzo ha un problema ineludibile. SI basa sempre su una richiesta disperata dell’autore: seguimi; anche quando la tiro per le lunghe. I libri sono sempre troppo lunghi rispetto ad un aneddoto: si, d’accordo, ma alla fine hanno scopato? Ma il lavoro lo ha perso? Il padre lo ha perdonato? Nei romanzi si passano alla lente di ingrandimento le cose in maniera deliberatamente poco efficiente: è faticoso ma da grandi soddisfazioni; l’unico problema è che il bisogno naturale di pettegolezzo e di informazione viene quasi sempre frustrato

[...]

Kafka ha stretto il più possibile, per produrre questo lievito letterario. E’ uno choc, nella sua semplicità: facendoci capire qual è la tensione che sta alla base del narrare, facendocelo capire senza usare i soliti ferri - senza scene, scenografie, dialoghi - pone secondo me la seguente provocazione: a cosa serve creare scene, scenografie, dialoghi discorso indiretto libero e così via se non c’è alla base l’esigenza irriducibile di un personaggio, i suoi limiti, i suoi tic mentali, il suo essere assolutamente particolare? A che serve mettersi a scrivere se non si sa cosa si sta scrivendo? A volte ci si mette frettolosamente a scrivere un racconto, o un romanzo: ci si ficcano dentro cose che occorre ficcarci dentro, ma magari non ci si è ancora calati in quel genere di concentrazione che produce dentro di noi un personaggio: e così sembra esserci tutto quel che serve, e invece non c’è niente.

Alberto Arbasino e la Clara

 

(Al bar...)

E’ venuta una volta la Clara, che magra, oggi ancora più deperita di prima, invecchia anche lei, o forse non sta bene. A corto di argomenti, è l’ombra della matta dei tempi belli, anche se cerca disperatamente di tenere su il morale a sé e agli altri. Ma fa compassione. Non ha trovato di meglio che raccontarci la storiella di un cassiere di banca, che dovendo contare un pacco di soldi a una bellissima bionda le fa: “sessantasei, sessantasette, sessantotto, almeno, settanta...” ma ha ammesso subito che è debole, visto che si rideva poco. Mi guardava spesso, in macchina ha tentato di venirmi vicina, ma io ho finto di non capire. Faceva meglio a stare a casa.

A. Arbasino da “I blue jeans non si addicono al signor Prufrock” in “Le piccole vacanze”

Le biciclette di Cesare Zavattini

 “Si potrebbe fare un ritratto dell'Emilia parlando delle biciclette: anche se ce ne sono in tutto il mondo sembra qui la loro sede naturale. Basta che un passaggio a livello si chiuda per pochi minuti e subito vi si affollano decine e decine di questi veicoli; i viaggiatori delle littorine locali e dei grandi treni fanno in tempo, prima di essere portati lontani, a vedere le sbarre che si alzano e lo stuolo dei ciclisti con i cappelloni di paglia sporchi di verderame e i gilè con la catena dell'orologio, rimettersi in modo senza fretta, perché nessuno corre in bicicletta, come se il suo ritmo, a differenza dei nuovi mezzi fragorosi, sia il solo che, favorendo la conversazione con la natura e con il prossimo, ridia alla parola la sua proporzione”.

Cesare Zavattini “Straparole”

Perle di Manganelli

 Ogni viaggio è il più bel viaggio del mondo. Non fanno il viaggio né la lunghezza né la durata né le così dette meraviglie, i capolavori che può accadere di vedere. Il viaggio è fatto in primo luogo di sé stesso. E' uno spazio longilineo, dentro il quale come in una fessura del pianeta, cadono immagini, profili, parole, suoni, monumenti e fili d'erba. Si possono fare diecimila miglia senza per questo aver viaggiato; si può fare una passeggiata, e la passeggiata può diventare quella fessura, essere viaggio.

[...]

Viaggiare è operazione o solitaria o di sparuta e congeniale compagnia; ed è lasciarsi cadere nel fondo di quella magica fessura che ci porta da un luogo all'altro.

[…]

Era un capolavoro? Non sono certo che esistano i capolavori. Esistono dei miti che sono diventati marmorea forma.

Da “Viatico” p. 11/12

Ora, una città in cui non si fa sperimento del cibo è, come dire, rata e non consumata. Non si è consanguinei, se ci si incontra, nemmeno ci si saluta

Da “Piacenza non è Singapore”

«Gli storici dell'arte hanno paura» dice Arturo Carlo Quintavalle. E' minuto, sottile, nervosamente acuminato. “Hanno paura dei linguaggi che si giustappongono, della mescolanza infinita delle forme e degli oggetti”. Parla di furia, chiarissimo e turbolento, passionale ed astratto. “e allora distinguono, distaccano, costruiscono serie di paesaggi artificiali”. Guardo con attenzione il Quintavalle, uno dei personaggi a cui si affida un nuovo uso della storia dell'arte. E' giovane, è incalzato da un intollerante amore per le immagini che ama, è polemico ma in qualche modo senza interlocutori. Risponde alle mie domande, ma insieme non mi parla.
Una sorta di febbrile tattilismo intellettuale lo guida nella ricerca delle figure che gli sono care, che egli scopre, descrive, lega e collega con tensione geometrica, in preda ad un'ansia che non è passione fisica, con una minuzia che non è classificatoria, ma medievale gioia di ritrovare legami simbolici.

La cattedrale che parla, che cattura il tempo e lo rende uguale, che legge il mondo, questa cattedrale non è scritta: il mondo dei sogni è analfabeta, eppure comunica.

Da “La cattedrale parla” p. 22 - 26

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