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Il DNA degli italiani

Ricevo costantemente da Marsilio la newsletter con le novità, e volentieri, recensisco alcune novità.

Questa volta tocca a Fontana con il suo "DNA degli italiani"

Le storie che si raccontano, belle storie, partono e tornano nella provincia di Brescia, terra natia di Fontana. 

L'autore, con le lenti di chi ha visto un bel pezzo di storia d'Italia, prima dalla provincia e poi dai palazzi del potere, ci racconta la fame, la famiglia, le cascine e l'Italia rurale nel profondo nord tra le due guerre.

In qualche caso Fontana sembra un nonno buono, che racconta ai nipotini, in qualche caso esce il cattolico militante anticomunista che giustifica un sistema che ha governato l'Italia.

Il libro mi ha convinto. Mi ha fatto rimpiangere un pezzo di DC (solo un pezzo), quella che ha costruito concretamente l'Italia del dopoguerra (nel bene e nel male). Mi ha riportato a memoria la mia di nonna, che tante volte raccontava a noi nipoti le storie della guerra e della sua infanzia.

Ho imparato molte cose sulla civiltà rurale, ho capito molte cose su "L'albero degli zoccoli" di Ermanno Olmi (compreso il fatto, e non lo sapevo, che fu fortemente stroncato alla sua uscita). Credo di avere capito anche qualche elemento che "giustifica" la crescita dei leghismi dalle nostre parti.

E' un libro gradevole, si legge volentieri, è ricco di aneddoti, talvolta molto piccanti. Non è compiaciuto, consengna un pezzo di storia alla memoria dei posteri, senza trionfalismi e senza sociologismi d'accatto.

Lo consiglio volentieri.

Milano c'era una volta

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Scopro che intorno al 1960 i milanesi smettono di vergognarsi di Milano, della nebbia e delle fabbriche. Lo scopro da una bella nota di Camilla Cederna, apparsa proprio su “L’Espresso” dell’agosto di quell’anno.

E Testori, con le sue opere, contribuisce a questa “nobilitazione”di Milano.

Ne “Il ponte della ghisolfa” Testori racconta di una Milano che non era ancora “da bere”. Una Milano viva, piena di operai, lambrette e periferie. Di battone che si innamorano dei loro clienti, di ostesse che chiedono 500 lire per i bicchieri rotti durante una rissa. Di fratelli che dormono nello stesso letto. Una Milano di “far l’amore nel pratone fra l’autostrada e le case popolari”, di giovani gelosi che non baciano dove ha già baciato un altro.

Quella Milano lì io ho fatto in tempo a vederla, circa 20 anni dopo (forse non proprio quella lì, ma ci andavamo abbastanza vicini).

Quando prendevo il treno (allora si chiamava locale) che da Vigevano (quella di Mastronardi, che io Mastronardi ho fatto in tempo anche a conoscerlo, che abitava di fronte a casa mia) mi portava a Porta Genova, vicino a Porta Ticinese. Andavo alla fiera di Senigallia, quando stava nella piazzetta dietro Corso Italia. C’erano gli anarchici che vendevano la stampa militante, c’erano gli abusivi che erano il bello del mercato, che tutte le volte avevano cose diverse, rimediate chissà dove, c’era quello che vendeva le cose militari, che non erano di moda e costavano pochissimo, era una specie di ritrovo. Spostandosi sull’alzaia, c’era il Discomane (che forse c’è ancora) che era un negozio che vendeva i vinili usati, e con pochi soldi si poteva comprare un sacco di roba interessante, e quei vinili lì ce li devo avere ancora in cantina, e c’era Il Libraccio, che vendeva i libri usati, che aveva un negozio solo e proprio con quei libri usati, ho cominciato a costruire la mia biblioteca. Era un posto magico, che sapeva di sano e di officina e ci si stava bene, o almeno al ragazzetto di provincia che ero sembrava ci si stesse bene.

Poi, non molto tempo dopo Milano è diventata da bere, e dopo, se la sono bevuta, e all’adulto di provincia che sono diventato sembra che non si stia più tanto bene.

Peccato.

La contemplazione del mondo/la dittatura

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La dittatura contemporanea non è più, salvo eccezioni notevoli, prodotto di individui sanguinari e crudeli, ma è anonima, dolce, sorniona. E' soprattutto inconsapevole di ciò che essa stessa è, o di ciò che fa, e si adopera, in completa buona fede, per promuovere il sacrosanto principio di realtà utilitarista. Ma così, di fatto, estirpa la facoltà onirica. In questo senso essa non fa che esprimere una costante della storia umana: i poteri dormono in pace può più, sa più o osa più sognare.

Michel Maffesoli

Baudelaire e Parigi

Il poeta non partecipa al gioco. Se ne sta in un angolo, e non è più felice di loro, dei giocatori. Eì anche lui un uomo derubato della propria esperienza, un moderno.

W. Benjamin "Di alcuni in Baudelarie" Angelus Novus

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