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Leggo sul sito di Pierferdinando Casini un post.
Un post che dice "Larussa ha sbagliato i toni" che trovo francamente inutile, un post di un che si parla addosso, un post che dice a La Russa vacci piano ma sono con te, e che tranquillizza l'elettorato moderato sul ruolo del bravo padre di famiglia che il nostro si sforza di incarnare.
In questi giorni stanno succedendo cose molto importanti. Abbiamo visto la politica dei minimi termini. Quella della compravendita dei voti dei parlamentari. Quella della politica lontana ere dal mondo reale, quella del milionario che continua a comprarsi l'Italia per farsi i fatti suoi con le persone che hanno cambiato schieramento che dicono un sacco di sciocchezze, evidenti sciocchezze degne di equilibrismi e sofismi che sono vuoti di significato.
Niente è più triste di un artista che dice “noi pittori”, oppure “noi scrittori”; e sente la sua mediocrità protetta e confortata da tutte le altre mediocrità, che fanno numero, società, sindacato.
Ennio Flaiano
Per snobismo culturale, credo, oppure per pigrizia, ma insomma per nessun motivo nobile, mi sono messo a leggere solo cose un po’ vetuste.
Mi sto rileggendo un po’ di autori italiani che raccontavano gli anni 50 e 60 (sto facendo una scorpacciata di Flaiano, dopo essermi riletto Calvino, Manganelli e avere abbandonato, per l’ennesima volta, Gadda), e ho ripreso in mano un po’ di filosofi di quelli che non sono più di moda, e mi rileggo Baudrillard, Adorno e Marcuse.
Un sacco di tempo fa, quando vivevo in città ero un utente massivo della bicicletta. Avevo abbandonato completamente l'auto, che ai tempi possedevo, per le due ruote.