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del nord ostile

quando ero poco piu' che bambino ricordo un comico di allora, tal Pino Caruso, che durante la trasmissione della domenica pomeriggio si, proprio domenica in che credo ci sia ancora, raccontare della cassa del mezzogiorno, luogo di ruberie e faccendieri.

Era il tempo della grande DC, di li a qualche anno sarebbe comparso anche il PSI di Craxi con tutta la trafila che i miei coetanei conoscono bene.

Allora era di moda la "questione meridionale" di gramsciana memoria, era il periodo delle cattedrali nel deserto: Alfasud, Termini Imerese ecc.

Da allora sono passati millenni, per inciso uno dei protagonisti del cambio di stagione alla meta' degli anni '90 oggi e' un trionfatore delle ultime elezioni, e la questione meridionale sembra essere stata un po' accantonata, mentre si apre, almeno dal punto di vista elettorale quella che Marco Alfieri definisce la questione settentrionale. Ovvero: perche la sinistra al nord non vince, perche' nemmeno a Sesto (mitica Stalingrado d'Italia) non riesce piu' ad intercettare l'attenzione e l'interesse degli elettori, perche' il nord e' terra di conquista del Berlusconismo, del Leghismo e, mi viene da dire, del Formigonismo.

Alfieri ce lo racconta in un bel pamphlet, scritto poco prima delle elezioni, con ancora in mente i risultati delle ultime nazionali e il PD in via di costruzione, per intenderci un attimo prima della partenza del tormentone "si puo' fare".

E' un racconto molto freddo, poco incline al calore e alla passione delle favole veltroniane, molto attento ad una disanima dei sentimenti che caratterizzano il nord lavoratore e produttivo, un libro a tratti feroce.

Tutto il racconto si gioca tra una serie di bacchettate al PD prossimo venturo del tutto incapace di intercettare temi e questioni tipicamente nordiche: dall'esigenza di sicurezza alla questione di alitalia, dal lavoro alla qualita' della vita, dalle grandi opere alla questione dei migranti.

Ne fa un questione di romacentrismo, con l'evidente scarsa rappresentanza di nordici tra i dirigenti della sinistra, bacchetta selvaggiamente la sinistra romana salottiera e poco incline a ritmi e sentori del nord. Liquida la cosiddetta sinistra alternativa come incapace di interpretare alcunche', tratteggiando in modo convincente alcuni dei principali errori stilistici di un refrain operaista esausto e per nulla interessante. Ricorda, a questo proposito, la volonta' di molti giovani di costruirsi una strada alla ricerca di soddisfazione e di realizzazione, non al ribasso con il compromesso per un posto fisso purchessia.
E' molto puntuale e precisa la trattazione dell' humus di piccola e piccolissima impresa, tipica del nord che si vede costantemente massacrata dalla visione del "nanismo industriale" da cui sarebbe affetta l'Italia e dai conseguenti provvedimenti che non sono in grado di riconoscere in questa fonte ricchissima di produzione una delle leve che rendono Lombardia e Veneto, ma in generale tutto il nord un faro in Europa.

Semplicemente ci dice Alfieri la sinistra, e il PD in particolare non si occupa di queste questioni. Parte da assunti differenti e non sfonda perche' non puo'/vuole sfondare al nord.

E' un libro estremamente lucido, non da alcuno spazio all'emozione e ai grandi temi sbandierati e mai approfonditi. Spacchetta la questione socio-economica del nord produttivo e tratteggia l'ovvia vittoria di chi parla la stessa lingua e dichiara di voler sostenere un modello tipico e vincente, ma del tutto estraneo alle logiche nazionali ed in particolar modo romane.

Molto documentato, preciso nella bibliografia e dovizioso di testimonianze dirette, e' una lettura istruttiva, un piccolo vademecum, una fotografia impietosa a mio modo di vedere estremamente utile.

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