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della precarieta' (cum grano salis)


Il problema della cosiddetta precarieta' e' diventato a tal punto un tormentone da rappresentare, secondo me, uno dei motivi della drammatica sconfitta delle cosiddete sinistre radicali alle scorse elezioni.
Credo che la questione, oltre ad essere malposta, non rappresenti il problema dei giovani. Non e' il problema.
Sono certo che lo sfruttamento delle persone, oltre che essere quanto di peggiore ci sia, possa essere letto come una piaga, ma cosi' come ce la vende la sinistra e' ampiamente superato.
Il punto non e' il cosiddetto posto fisso, che, siccome nella peggiore delle ipotesi e' un mezzo e non un fine, non dovrebbe essere centrale nel ragionamento, bensi' il modo con cui ciascuno di noi puo' gestire la sua vita.
I messaggi che passa Angela sono sostanzialmente due: prima era anche peggio, ovvero in fondo la precarieta' che oggi sembra un orizzonte indefinito, era la prassi comune con tanti strumenti in meno e moltissime opportunita' in meno, solo negli anni '80. Il secondo messaggio riguarda la non condanna alla precarieta', nel senso che non e' detto che precari si debba morore, e soprattutto che molte persone vivono la loro cosiddetta precarieta' serenamente, ed alcuni, addirittura, l'hanno cercata, rinunciando alla sicurezza per poter fare cose piu' interessanti, appaganti, piacevoli.
Non tutte le storie raccontate nel libro sono a lieto fine, ma la maggior parte si, forse un po' troppo a lieto fine, forse un po' troppo a tesi, ma in fondo serve anche questo tipo di provocazione in un mondo dove la sloganistica si fa sempre piu' sciatta e disattenta.
Il tema vero e' cominciare a ragionare sulle esigenze dei precari, le esigenze vere, quelle compatibili, quelle che diano risposte al mercato e che diano legittime risposte alle esigenze delle persone che vogliono stare meglio facendo attivita' soddisfacienti.
Il punto e' rendere sostenibile l'iniziativa dei singoli, consentire alle persone di essere aggiornate, di sperimentare, di cercarsi la propria strada non piu' dentro ad un armamentario simbolico tipico del fordismo (che ormai e' finito da un pezzo) ma concedendo l'ultimo miglio.
E' buffo ma sostanzialmente la liberalizzazione e' arrivata dappertutto, tutto e' flessibile, nessuno di noi sa dover andra' a finire nel medio periodo, tutto e' in movimento, manca la liberalizzazione dei simboli. Tutti i cosiddetti paladini dei precari raccontano fiabe, le fiabe che attingono a piene mani dalla logica e dalla simbologia della fabbrica degli anni '70, come se fosse possibile tornare indietro, e soprattutto, diciamolo, come se fosse interessante, appagante tornare indietro.
E' necessario costruire un orizzonte sibolico e di riferimento da cui ripartire.
La storia e' da scrivere, e si scrive a partire dalla realta', non dalla retorica che non tiene conto delle cose. La sinistra perde e scompare e i precari continuano ad esserci. Diciamo che le chiacchiere non hanno convinto? Diciamo che e' necessario riragionare sul paradigma? Diciamo che abbiamo bisogno di un orizzonte di valori, di simboli che va costruito a partire dalla realta'? Io direi di si, e in fondo il libro di Angela Padrone provoca in questo senso.
Il posto fisso non e' l'aspetto convincente, la realizzazione nel lavoro, la possibilita' di ritagliarsi tempi e modi di vita, la soddisfazione per il proprio agire, la possibilita' di aggiornarsi, la possibilita' di sperimentare, di mettersi alla prova e di costruire la propria strada, questo e' convincente.
Io l'ho letto in fretta, perche' scivola via, so che quando usci' fece un certo scalpore e capisco bene il perche': mette in discussione alcuni assiomi, che alla luce delle ultime elezioni oltre che evidentemente sciatti, sono certificati come perdenti.
Direi una lettura piacevole che, condita dal mestiere di una persona che scrive dentro una delle centrali informative nazionali, coglie il punto. Il risultato e' un prodotto gradevole che funziona.

[...] Un’interessante recensione del libro “Precari e contenti”. Come sappiamo, il mondo dei cosiddetti “prekari” viene spesso confuso da parte della classe politica con quello dei lavoratori autonomi che lavorano per le imprese. Fra i due mondi c’è qualche sovrapposizione e un notevole flusso avanti e indietro. Ma il lavoro cosiddetto precario è un percorso con molte vie: il part-time in molte formule, il posto fisso tradizionale, la libera professione, il lavoro autonomo, la micro impresa, la crescita imprenditoriale. [...]

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