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della rivolta

"Non credo che Camus possa essere iscritto nella categoria dei rompicoglioni, non fosse altro perche', ne' ovvio ne' banale, difficilmente buca al puto di meritarsi il nazionalpopolare appellativo".

Dall' introduzione di Giacopini.

Camus, in tutto il libro chiede,urla, impone di pensare; di non accontentarsi, di cercare di leggere la filigrana del mondo.

I testi (13) coprono un periodo di una decina d'anni (1945, 1956), anni caldi, addirittura roventi, con in atto la ricostruzione post-bellica, con un mondo da rifare, tanti lutti da elaborare e tanti conflitti da sanare.
Camus vede la guerra, la conosce e ne diviene un fiero detrattore, ma il punto centrale e' la lettura della storia.
La storia sembra essere un vagone che procede blindato, totalmente indecifrabile, con gli uomini che non lo governano che si accontentano di simulacri.

E Camus invoca a gran voce un nuovo contratto sociale, un contratto che si basi su "principi ragionevoli". E chiede agli uomini di prendersi la responsabilita', la propria responsabilita' di uomini.

Mi colpisce quanto l'autore, negli anni '40 dello scorso secolo racconti una contemporaneita' molto, molto simile a quela che viviamo oggi: stessa paura, stessa politica. Questo di acchito e' disperante, ma forse, a ben guardare rincuora. Non viviamo, come spesso appare un'era senza padri, ma siamo figli dei padri degeneri, che non si sono occupati di noi, che hanno lasciato che il mondo scorresse, di scossone in scossone, senza visione e senza progeetto.

Niente di nuovo sotto il cielo si direbbe, io aggiungo che il cielo e' nuvoloso, e che ormai le nubi sono cariche di pioggia. Qualcuno forse ha l'ombrello (in pochi per verita'), ma pochissimo possono gli ombrelli di fronte alle alluvioni, piu' o meno annunciate.

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