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della sofferenza, della morte e altre amenita'

e' una storia difficile.

Un uomo fatto racconta il declino del padre, colpito da una malattia cattiva, di quelle che consumano, di quelle che fanno male.

Quando ero piccolo non si poteva dire cancro, era il "brutto male" tutti i miei nonni sono morti di un brutto male.

Quando e' successo a mio padre e' stato strano. Lui non e' morto, e' stato fortunato, adesso sta bene come prima. Ma in mezzo c'e' stato tutto quello che doveva succedere.

La notizia, una specie di schiaffo in piena faccia. Il dolore puro, lo scoramento assoluto la totale contemplazione della mia inpossibilita' di fare qualsiasi cosa.

Avevo 30 anni e un figlio appena fatto, una situazione piuttosto educativa.

Poi le telefonate agli amici, amici medici che si sono fatti in quattro, di fronte la dubbio assoluto, c'era una cosa che se lo stava mangiando e non sapevo quanto era grande, quanto era grave.

E poi gli ospedali i medici frettolosi, quelli gentili, la sanita' lombarda, che e' abbastanza una porcheria.

La sofferenza, un uomo che per era sempre stato un po distante che improvvisamente era del tutto indifeso. Mi ricordo dopo il primo intervento, faticava a respirare e i c'erano i tubi per tenerlo in vita.

E poi mia madre completamente inserita nella parte, del tutto estranea a qualsiasi ragionevolezza che non riusciva a sopportare quella cosa.

E io li, piuttosto inadatto.

E io che improvvisamente ero catapultato in una dimensione altra, diversa. Non ero piu' figlio, a tratti ero estraneo. Dover intervenire, prendere parte ad una faccenda che, forse per la prima volta mi riguardava attivamente.

Mi avevano parlato di omicidio simbolico dei genitori, il rito di passaggio per l'eta' adulta. L'ho portato a termine in un tempo rapidissimo.

Poi la chemioterapia, con in mezzo il matrimonio di mia sorella, e mio padre che era l'ombra di se' stesso.

Le ricadute, due, mentre io abitavo lontano e mia sorella era negli Stati Uniti. Un ulteriore costante pellegrinaggio dentro e fuori dagli ospedali, cercando di fare il pompiere, cercando di interpretare delle parole difficili che non erano comprensibili o che non volevano essere comprese.

Scoprire limiti dove non me li ero immaginati, ridimensionare tutti i riferimenti, rimettere tutto in discussione, con la voglia di mandare tutti al diavolo e non farlo mai, perche' poi...

Ma alla fine mio padre ce l'ha fatta e sta bene, molto bene.

E io che ho imparato un sacco di cose, ho preso un sacco di distanze, ho capito cosa vuol dire prendersi cura, e ho scoperto che i grandi diventano anziani, e la cosa avviene senza soluzione di continuita'.

Mi sono fatto un bagno nei simboli e mi sono bagnato anche poco, ma forse va bene cosi'.

Ho scoperto la pieta', ed e' stata una scoperta dolorosa ed interessante, serve molto, rimette molte cose nella giusta dimensione, consente di guardare le persone per quello che sono ed e' molto utile. E poi ho scoperto il pudore, nel guardare, nell'ascoltare, e nel raccontare, questa forse e' la scoperta piu' importante.

Il libro "Patrimonio" non e' bello, si puo' anche non finirlo, ma racconta una storia di svelamento. E' importante fare il percorso, il contatto con la malattia e la sofferenza fa un male terribile, e' necessario, succede, fa male; e basta.

Non si puo' farne a meno, e l'autore non ci fa mancare niente. Sofferenza, cinismo, puzze e sporcizie. Un viaggio dentro un affetto, che si declina fino alla fine e la fine non e' bella, ma questo e'.

Credo che sia una storia che serve, serve per avere una vaga idea della fine, della morte e della consunzione, tutto questo serve molto, serve per attrezzarsi, per sopportare. E' importante sopportare, ci sono delle volte che non se ne puo' fare a meno.

Dentro il libro ci sono anche un sacco di altre cose, qualche volta mi ha anche fatto sorridere, perche certi affetti te li tieni anche se vorresti farne a meno :-)

@ max non sei il primo aparlarmi di "pastorale americana" io Roth non lo conosco, ma credo che approfondiro'.
Le orecchie e' una bella iniziativa, avoro' di che segnalarti ;-)

ciao - philip roth è una certezza, e ancora non ho dimenticato i brividi di 'pastorale americana'.

e grazie per aver inserito le 'orecchie' di aziende con le orecchie nel blogroll!

max

Bravo Lele, bel racconto. Penso poi che il dolore, la malattia, la sofferenza dei nostri famigliari (e la nostra) conduca poi su un terreno abitualmente non esplorato, quello dell'essenzialità delle cose o forse della verità delle stesse. Ovviamente se ne farebbe volentieri a meno ma in alcuni casi se ne può uscire più lucidi, più sensibili, e forse migliori.

@angela parliamone, e' un tema centrale per una societa' migliore :-)

Ciao Lele,
sono contenta di aver trovato questo blog, nel quale mi sembra che giri intelligenza, e sono contenta di averlo trovato tramite questo tuo post sul libro di Roth, che non ho letto: forse lo leggerò, se non lo conosci ti consiglio anche il precedente "Everyman"...insomma come dici tu roba che bisogna leggere e non dimenticare. Grazie per aver citato il mio post sulle donne, credo che ce ne saranno sempre di più perché mi vorrei occupare un po' di lavoro e donne. A proposito, ma non è che tu su questo argomento hai un punto di vista che potrebbe interessarmi?

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