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Della stanza 208 (roba che sembra un albergo e invece...)

Il post che segue lo ha scritto un caro amico.

E' una persona che stimo molto, ha dato un taglio netto alla sua vita, un giorno ha deciso che si poteva fare: ha impacchettato un esistenza intera (io c'ero, non era facile e lui è stato grande) ed è partito.

Ha raggiunto la sua bella compagna e la sua bimba in Norvegia. Ora vive li, e da li racconta questa storia.

E' una storia garbata, sincera e vera, è una storia che in questo periodo di emergenza immigrazione, sicurezza, democrazia mi fa riflettere. Mi ricorda quanto la civiltà si stia allontanando dalla nostra terra.

In teoria sarebbe facile, in pratica non lo è, ed è un vero peccato.

La scuola di Rosenhof, austero edificio in pietra e mattoni del secolo scorso,  è il luogo in cui, qui a Oslo, viene insegnato il norvegese agli immigrati. L’Oslo Voksenopplaering  di Rosenhof è uno dei terminali del programma di integrazione per stranieri voluto dallo stato .  Da qui, prima o poi, passanno coloro che desiderano integrarsi nella società norvegese. E’ l‘ultima fatica che gli immigrati devono sostenere prima di diventare a tutti gli effetti cittadini di questo Paese. Tutti gli stranieri hanno diritto al corso e quelli che chiedono asilo politico o giungono da Paesi sottosviluppati lo possono frequentare gratuitamente.

Anch’io, un bel mattino, approdai titubante a Roshenhof. Al pianterreno, in una piccola biblioteca,  mi consegnarono i libri di esercizi e di grammatica e mi pregarono di non pasticciarli perchè, una volta finito il corso, sarebbero serviti a un altro studente. La settimana seguente, vagamente emozionato, salii al secondo piano dell’ala B della scuola e raggiunsi la stanza 208.  Assieme a una ventina di altri studenti imbarazzati e taciturni, mi accomodai in uno dei tanti banchi disposti a U attorno alla cattedra.

Da allora, per quattro giorni su sette, alle 12 e 15 prendo l’autobus numero 20 dal capolinea di Galgeberg e vado a scuola di norvegese con un panino e un thermos di caffè nella borsa.  Scendo in Carl Berners Plass, imbocco la Trondheimsveien verso nord e in cinque minuti sono a Rosenhof.  Lì, nel cortile, incontro i miei compagni di corso. Dapprima ci sono stati solo sorrisi o cenni di saluto, ora s’è rotto il ghiaccio e ci stiamo conoscendo.

Non ce nè uno che arrivi dallo stesso posto. Palestinesi, curdi, irakeni, tailandesi, francesi, ucraini, brasiliani, israeliani, iraniani, somali. Marianna Bergvam arriva da Novorsibirsk in Siberia, e ha conosciuto suo marito tramite un’agenzia in internet “Mi piace lui!  Mi è andata bene!” dice. Una ragazza pakistana di 24 anni, Salima, è arrivata a Oslo già da quattro anni. Ma solo ora ha vinto le sue reticenze e frequenta il corso. Ali, dall’Etiopia, sbuffa e usa una frase rituale: “Da noi si crepava di caldo e qua si crepa di freddo” , poi scuote la testa. Darren Williams, inglese del Somerset, è venuto in Norvegia a cercare fortuna come falegname, e non dispera di trovare una compagna: “Questo è un ottimo posto per i single!”.

Agli inizi del corso con alcuni dei miei compagni non potevo parlare. Certi parlano anche tre, quattro lingue ma non l’inglese. Comunicavamo a gesti. Giorno dopo giorno anche con loro è stato possibile scambiare qualche frase. In che lingua? In norvegese naturalmente. Il corso è molto efficiente. Hva heter du? Hvor kommer du fra? Hvor bor du nå? Sarà che sono un sempliciotto, ma questo per me è una specie di miracolo, un fatto che mi riempie di gioia e di stupore.  Imparare a parlare una lingua assieme ad altri è un atto palpabile di civiltà e di amore. Amore per il prossimo, rispetto per la sua storia e la sua cultura. Gli insegnanti di Rosenhof ci stanno dando la parola. E noi ce la prendiamo. Questo mi rende - ci rende - quasi euforici.

Assieme alla lingua norvegese sto scoprendo anche altre cose. Ad esempio che sono un razzista. Purtroppo. Educato, cresciuto e vissuto in una società razzista. Me ne accorgo da tutta quelle incrostazioni di pregiudizi da cui fatico a liberarmi.  In Italia è ben radicata l’opinione che, nel bene o nel male, uno straniero deve essere sempre più povero, più sfortunato, più volgare, più cattivo, più ignorante e compagnia bella. In poche parole dev’essere peggiore. Ahmed Adil, marocchino, ha due lauree e cerca lavoro qui come farmacista. Sembra che abbia già trovato un posto ma deve prima padroneggiare il norvegese. Al corso va molto bene. E io che pensavo a miseria e cammelli...  francamente mi vergogno. Amo l’Italia, un po’ meno la mediocrità, il provincialismo, la rassegnazione in cui vivacchiano la maggior parte degli italiani . E, mi spiace sinceramente ammetterlo, ne conosco pochi che hanno il coraggio, l’intelligenza, il rispetto per gli altri e,in alcuni casi la cultura, delle persone che ho incontrato qui. E se penso a come Ahmed, con cui sto stringendo amicizia, verrebbe trattato in Italia mi cascano le braccia. Per fortuna siamo in Norvegia. Un Paese che rispetta gli stranieri. Un Paese dove, per la prima volta, mi sento un cittadino e non un suddito. So che riuscirò (qui è più facile) a liberarmi delle residue incrostazioni italiote: oltre a imparare una lingua spero di imparare anche a essere più civile.

Il mio amico, autore di questo pezzo, è Marco Vaglieri

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