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delle parole (la dicibilita' del male 1)

Hanna Harendt, al'indomani della seconda guerra mondiale e dell'olocausto, parlo' in un testo straordinario della "banalita' del male". Volendola, immodestamente parafrasare, penso che oggi sia necessario porsi il problema della "dicibilita' del male".
L'uomo contemporaneo soffre ma mancano le parole per raccontarlo.
La storia ci insegna che le permanenze non sono di questo mondo; l'evoluzione e' naturale, necessaria, auspicabile. Ciascuno di noi, insieme al mondo, cresce,cambia, si sviluppa, modifica il suo modo di agire, il suo modo di essere.
Questo e' a tal punto naturale da essere ovvio.
Altrettanto naturale, ma forse meno accettato, ed accettabile, e' il carattere di pervicace resistenza che ciascuno oppone di fronte al cambiamento. L'economia ci insegna che bisogna legare strettamente lo sforzo al profitto; e l'economia spicciola ci mostra che in generale risulta preferito (non necessariamente preferibile, ma preferito) l'investimento sul breve periodo.
Il cambiamento chiede sforzi, chiede analisi, chiede valutazione delle prospettive e visione sul futuro, tutte cose tremendamente faticose. Mi sembra di capire che questi sforzi si cerchi di evitarli, nella vita di tutti i giorni e nelle grandi decisioni.
Cosi' capita di trovarsi su un treno in corsa, preso al volo senza leggere la destinazione, senza biglietto, del tutto inermi di fronte al controllore che prima o poi arrivera'.
La resistenza al cambiamento profondo, le difficolta' intrinseche di una vita convulsa come quella dell'homo oeconomicus del XXI secolo contribuiscono ulteriormnte a distanziarci da qualsivoglia analisi.
Sembra quindi di assistere ad un buffo teatrino in cui maitre a penser di ogni fatta, forzano categorie concettuali vecchie ed obsolete per preconfezionate che, sempre di piu' sono distanti dalla realta'.
E' un metodo che funziona fintanto che la pancia non reclama, fintantoche' la sofferenza non esplode, e quando esplode non si puo' raccontarla, il mondo e' cambiato e noi non abbiamo le parole per raccontarlo. Non le abbiamo piu'.
E' un po' come se l'uomo contemporaneo, prendendo per mano i suoi simili, di fornte al formarsi di uno tsunami, avesse deciso di voltarsi dall'altra parte, dichiarandone l'inconsistenza, salvo poi cominciare a sentire il fragore dell'onda che sta per travolgerlo.

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[...] lele scrisse: Altrettanto naturale, ma forse meno accettato, ed accettabile, e’ il carattere di pervicace resistenza che ciascuno oppone di fronte al cambiamento. L’economia ci insegna che bisogna legare strettamente lo sforzo al profitto; e l’economia spicciola ci mostra che in generale risulta preferito (non necessariamente preferibile, ma preferito) l’investimento sul breve periodo. Il cambiamento chiede sforzi, chiede analisi, chiede valutazione delle prospettive e visione sul futuro, tutte cose tremendamente faticose. Mi sembra di capire che questi sforzi si cerchi di evitarli, nella vita di tutti i giorni e nelle grandi decisioni. Cosi’ capita di trovarsi su un treno in corsa, preso al volo senza leggere la destinazione, senza biglietto, del tutto inermi di fronte al controllore che prima o poi arrivera’. [...]

Bisogna anche prendere atto del fatto che le parole sono solo simboli, quindi NON sono la realtà. Cercano di rappresentarla e, come tutte le rappresentazioni, sono parziali.

La mappa non è il territorio. Anche una mappa sbagliata o incompleta può essere d'aiuto per orientarsi, o per _avvicinarsi_ alla meta, ma è sempre una mappa sbagliata o incompleta.

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