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dello sradicamento

 

Fa parte della bellissima collana azzurra di garzanti, libri di ottima fattura a costi molto abbordabili

La paura,ci dice Ferry, e' un concetto che accompagna sempre piu' tutta la nostra vita e il nostro agire, leggendo in filigrana lo status sociale dell'uomo europeo, egli si sente sempre piu' sotto attacco, sia dalle forze esterne (terroristi, cinesi che minano il mercato, stranieri che tolgono il lavoro e minano la sicurezza) sia dalle forze interne: (lavoro precario, politica che non da risposte).

Il senso di angoscia e senso di espropriazione rendono l'uomo contemporaneo teso ed impaurito. I motivi di questa ansia sono oltremodo evidenti, la globalizzazione ha tolto di mezzo molte sicurezze, la fine del fordismo ha fatto il resto, lasciando gli individui orfani dei grandi produttori di significato a cui accodarsi: la fabbrica, le ideologie, le religioni. Ecco che quindi e' la famiglia che diventa il “luogo del politico”. Fa sorridere la potenziale riproposizione de “il personale e' politico” di cui in questi mesi si festeggia l'anniversario, in realta' la vicenda e' diversa.

Lo sradicamento (di cui parlo' bene Simone Weil) e' il sentimento diffuso. Sradicamento dalla storia. Il sentimento che si pare cogliere e' l'assenza di un racconto dentro cui inserirsi.

Pensatori piu' bravi di me hanno gia' evidenziato come la fabbrica fordista e in antitesi il falansterio e la comune, come luoghi alternativi, rappresentavano il racconto dentro cui gli individui si inserivano.

Ciascuno stava dentro un divenire strutturato, dentro il quale si facevano scelte, ma che vedeva una strada tracciata. A partire da una strada tracciata sono possibili tutte le deviazioni possibili, ma era costante il ri-conoscersi dentro questi racconti. Anche il Ribelle di Junger, il Lupo della steppa raccontato da Herman Hesse, si riconoscevano, in una scelta estrema, si riconoscevano per differenza, per presa di distanza da un racconto dentro cui erano inseriti. L'estremo rifiuto e' un gesto drammatico, anche tragico, ma un gesto che parte da un riconoscimento e culmina in un altro ri-conoscere se stessi in un'altra narrazione, a partire da un racconto certo e consolidato, da cui si decide di uscire.

La societa', per quanto oppressiva, ipocrita ed odiosa, la fabbrica per quanto alienante e dolorosa rappresentavano un orizzonte di senso un luogo dello spirito dove ciascun individuo trovava il suo ruolo, sia dentro che fuori, ma in rapporto con questa costruzione.

Le fabbriche sono state smantellate, parcellizzando infinitamente la realta' lavorativa, la societa' si e' aperta, e' cambiata, per reazione dall'oppressione ricordata da Freud e Winnicott si e' passati al nulla, alla totale irriconoscibilita'. Molti di noi non sono ascrivibili a categorie, perche' il lavoro e' un lavoro non strutturato, perche' le scelte abitative si devono adattare ai costi e non tengono necessariamente conto dei legami, perche' la societa' sfugge di mano per l'immigrazione, per la volatilita' dei rapporti, per l'evidente difficolta' a coltivare rapporti umani nella frenesia imposta dai ritmi moderni.

L'individuo finisce per trovarsi in un costante “nessun luogo” con nessuna prospettiva certa, senza un ruolo codificato da interpretare.

Questo ingenera uno stress fortissimo. La necessita' di inventarsi costantemente un ruolo e' drammatica e dolorosa, la ricerca di un rifugio e' naturale.

In modo a mio parere condivisibile Ferry vede questo luogo rassicurante nella famiglia. Una famiglia profondamente rifondata, al punto che l'indicatore di sanita' sono i frequenti divorzi. Frequenti divorzi che certificano che la famiglia (intesa come luogo dello spirito e non come istituzione) e' vissuta in modo completo, una famiglia che vive di amore e che quando amore non c'e' piu' chiude l'esperienza. Una famiglia dunque solida, non piu' basata sull'ipocrisia e sull'obbligo di sopportazione da parte del femminile (tanto per fare un esempio).

Altro elemento indicatore forte sono i figli, preziosi al punto da diventare il fulcro del ruolo dell'adulto genitore, al punto che e' normale pensare al sommo sacrificio del genitore per il figlio. Cosa ormai ovvia ma per nulla scontata, l'autore riporta molti casi in cui la sopravvivenza dei bambini era tutt'altro che scontata e tutt'altro che ricercata.

Famiglia come rifugio di una soggettivita' deprivata in cerca di certezze e di requie.

Famiglia che perde tutte le caratteristiche oppressive tipiche della visione fordista e diventa un appiglio nel mare in tempesta del mondo globalizzato.

Famiglia che erroneamente interpretata finisce per diventare una specie di minestra riscaldata per quanti da un pulpito confessionale o dagli scranni del parlamento inneggiano ai sacri valori, senza cogliere la rivoluzione copernicana ormai ampiamente avvenuta.

A mio modo di vedere questa analisi e' un buon punto da cui partire, e' un'interessante base su cui ricominciare a pensare ad una prospettiva politica che cerchi di scendere dallo scranno del pulpito televisivo e cominci ad analizzare una societa' di cui non sa piu' nulla.

[...] gia’ scritto del bel libro di Luc Ferry che individuava nella famiglia un possibile antidoto a questa costante [...]

Bravo Lele, bel post. Sicuramente un frammento di verità, che analizzato con cura e da più angolature restituisce una serie di sotto verità alcune positive, altre meno. Quello che per certi versi può rappresentare la famiglia in termini di stabilità emotiva e relazionale, si trasforma spesso in micro società nella società o base d'appoggio per esprimere il proprio ego individualista in un mercato fattosi globale e competitivo. Insomma, la famiglia è importante ma se deve diventare strumentale (perché consolatoria) ad esprimere un certo cinismo sociale, allora benvenga l'esaltazione e la rivalutazione di legami più blandi come quelli rivenibili nell'amicizia.

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