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dell'ozio della metropoli

Quest' estate mi sono imbattuto in questo libro, l'ho letto al mare e ne e' uscita una riflessione un po' lunga, la metto qui sotto.

Demoliamo e ricostruiamo allo stesso modo in cui ci aspettiamo di essere demoliti e ricostruiti”

Nel meraviglioso affresco che ci regala Virginia Wolf raccontando Oxford Street sul finire del secolo, mi colpisce il passaggio lucidissimo e paradigmatico di un epoca.

Noi non costruiamo per i nostri discendenti, che magari vivranno fra le nuvole o sottoterra, ma per i nostri bisogni..”

Potrebbe essere il manifesto, mai detto, del XX secolo, il tempo della chiusura della civilta', il tempo della consunzione dell'umanita'. Il XX secolo rappresenta il luogo del consumo, il tempo in cui si consuma anche la produzione, verso l'asservimento. E' il tempo/luogo dello svuotamento delle tradizioni e dei simboli, a beneficio delle “fragili dimore” del commercio e del lusso ostentato, per la vendita.

Si e' consapevoli di passeggiare sopra un'asse di legno appoggiata su travi d'acciaio, e che il muro esterno, per quanto riccamente ornato, ha lo spessore che serve semplicemente a ornare la forma del vento”

Come se la vittoria dell'umano sulla natura consentisse di superare ogni esigenza di solidita' e di durevolezza, a beneficio dell'appagamento dei sensi.

La Wolf ci parla di Oxford Street come una specie di isola colorata e fatua, circondata dalla solidita' valoriale e costruttiva, tipica dell'Inghilterra vittoriana; ecco pero' che lo svolgersi delle epoche ci porta a vedere il proliferare di queste isole, come se Oxford Street rappresentasse uno standard costruttivo.

Giu' al porto le cose si vedono nella loro rozzezza, mole ed enormita'. Qui in Oxford Street, invece, arrivano raffinate, trasformate. I grossi barili di umido tabacco sono stati arrotolati in innumerevoli belle sigarette, confezionate nella carta argentata. Le corpulente balle di lana sono diventate maglie leggere, e morbide calze...”

E' un mondo in rapida evoluzione che il commercio sta profondamente ristrutturando. Un mondo che pero', si tiene, che partecipa alla propria trasformazione, essendone parte. Dal porto ad Oxford Street l'individuo continua ad avere la percezione dello svolgersi degli atti. Quando la naturale deriva dei continenti ha omogeneizzato le isole con la piu' parte del mondo emerso, si e' perso di vista il percorso, si e' dato per scontato lo scintillio, si e' dimenticata la fragilita' costruttiva del nuovo mondo, ci si e' inoltrati per una strada lastricata e piana, dimentichi di verificare se esistono indicazioni di rotta.

E' di quel periodo la nascita della metropoli, con conseguente studio della stessa.

Simmel, Benjamin, Baudelaire e Baudrillard ne offrono un angolo di visuale, un angolo di visuale che contribuisce a disvelare uno svuotamento sostanziale che porta allo spaesamento e allo sradicamento.

Baudelaire ne “Lo Spleen” renda mirabilmente la sensazione di perdita di padronanza:

La speranza come un pipistrello va battendo la sua timida ala e picchia la testa contro i fradici soffitti”

Lo spleen pervade ogni cosa, e il poeta, unico privilegiato, puo' innalzarsi e guardare la folla, rifugiandosi nella droga, abbandonando il campo alla ricerca di una pace ormai introvabile nella realta'; come se, una volta colto lo svolgersi del tempo, fosse impossibile sopportarne le conseguenze.

Un elogio della fuga che accompagnera' molti durante il secolo breve.

Benjamin parla della folla come velo tra il flaneur e la fantasmagoria della metropoli.

La folla, l'indistinta somma di individui che perdono la loro peculiarita' individuale per divenire gruppo, diventa addirittura “filtro” tra il soggetto e la fantasmagoria. La fantasmagoria che ancora una volta certifica il trionfo della fragilita'.

Una fantasmagoria luccicante che si fonda sul commercio e sui lustrini.

Una fantasmagoria senza sfondo, una rincorsa vacua senza capo e senza coda.

E' l'inizio della perdita di coscienza, e' l'avvio della fine dei simboli.

Baudrillard arriva a leggere il loop di questo processo quando dichiara che “The Mass Age is a MessAge”, e, nella ficcante lettura del fenomeno Beaoburg svela il “simulacro”: lo svuotamento del segno che si fa realta', si reifica e diventa museo. Dissacrante e preciso struttura il senso del percorso fin qui abbozzato:

In realta' il Beaoburg illustra bene il fatto che un ordine di simulacri si sostiene solo sull'alibi dell'ordine anteriore. Qui una carcassa fatta di flusso e di connessioni di superficie si da come contenuto di una cultura tradizionale della profondita'...”

Il cerchio si e' chiuso, lo svuotamento e' concluso.

Questo svuotamento di significato accompagna lo svolgersi del secolo breve, ottenendo la fine della produzione industriale.

Mettendo fine a quella complessa interconnessione di reti, segni e simboli che si struttura attraverso la retorica comunista/fordista sempre compagne e sempre interconnesse, l'una giustificazione dell'altra e viceversa.

A questo punto noi abbiamo un individuo svuotato di senso e ricoperto di orpelli, incapace di ri-conoscersi, in tutto assimilabile agli indigeni di Haiti, ghiotti delle perline colorate che venivano loro offerte dai colonizzatori.

Oggi colonizzatori e colonizzati sono le due facce della medesima medaglia, una sorta di “ciclo dei vinti” in salsa high-tech che tutti coinvolge, lasciando tutti ugualmente nudi e privi di strumenti per arginare il vento che ha ricominciato a soffiare.

L'individuo si riconosce nel proprio essere consumatore, cerca di chiudere fuori cio' che problematizza un'esistenza piena di stimoli ma vuota in se'. Una secolarizzazione (di seconda generazione) che pone l'individuo al di fuori di se' stesso, in balia di rapide che sta faticando per alimentare.

Una decadenza che chiede una ricostruzione, una ricostruzione che manca, ancora, della solidita' dei simboli necessari.

Se poi, insieme a Friedmann, si decide di datare la globalizzazione non con la fine del XX ma con l'inizio del XIX secolo, ecco che la riflessione di Wolf e Benjamin diventa di straordinaria attualita'. Sembra quasi che il sentimento di spaesamento, spleen e sofferenza, ma al contempo di curiosita', gioia e senso di conquista dell'individuo a contatto con la metropoli, ricordi quello dell'individuo post-moderno alle prese con la globalizzazione.

La globalizzazione e' figlia della metropoli, e' prodotta dall'individuo “blase'” di simmeliana memoria, che lascia, ancora, il soggetto spaesato e sperduto, senza riferimenti, ulteriormente depauperato dell'armamentario concettuale e valoriale; e proprio di questo armamentario si sente fortemente il bisogno.

Nell'era svuotata, massimamente, da miti, simboli e valori, e' necessario ri-costruire o costruire ex novo il racconto dentro cui ciascuno trovo la sua parte in commedia.

Per ricostruire il racconto pero' e' necessario ripensare un patto sociale che riporti l'individuo al centro del processo, ma oggi, anche lo stato nazione e' in decadenza. Perdendo sempre piu' il ruolo di Nazione, che rappresenta, sostiene e protegge i propri cittadini, lo stato diventa strumento di regolazione dei flussi finanziari globali. Ogni logi a e' asservita ad un obiettivo terzo rispetto al “soggetto-individuo- cittadino”.

Friedmann ci parla assai lucidamente di

flessibile modello post-fordista di accumulazione...”

...societa' organizzata verticalmente si trasformano in reti di centri finanziari e di subappaltatori”

Lo choc baudeleriano passa da metropolitano ad internazionale, senza perdere nulla del suo aspetto dirompente con alcune aggravanti storiche legate al declino socio-economico e allo smottamento delle grandi ideologie.

La globalizzazione sottende lo spleen individuale dato dall'impossibilita' di rappresentarsi dentro un racconto congruo. E' il buco concettuale che genera la frustrazione e l'atteggiamento difensivo e tradizionalistico che sempre piu' porta ai reticolati e ai pacchetti sicurezza.

salvatore, mio salvatore :-)
grazie per le dritte

tu leggi i libri, e io ti metto i... commenti :DDD

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