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I tempi ancora moderni di Charlot

 La commedia di Charlot, un tempo vista come possibile metafora della rivoluzione imminente torna di estrema attualità.

Il proletario di Chaplin è affamato, scaltro e sofferente, e vuole mangiare. Niente altro. Fame e voglia di qualcosa di buono.

Di tutta la narrazione marxista e cattolica degli ultimi 100 anni rimane solo quello, la fame che, fortunatamente si è declinata verso emergenze minori, ma di emergenze si tratta.

Risolta la questione cibo, si passa all'abitazione, ai viaggi, agli abiti cool. Legittimo e indiscutibile, il poveraccismo abbandona il marxismo e la chiesa per dare spazio ad altre istanze.

Il nostro papa come noto veste Prada e anche abdicato, non abdica al suo essere elegante.

Una premessa che deve prevedere una presa d'atto.

I partiti post marxisti e post cattolici continuano, pervicacemente nell'offrire ricette. Offrono ricette di sviluppo, si sostituiscono al sentire comune, si pongono come educatori della società. Educatori non richiesti e sempre più residuali.

La pancia della società continua ad essere considerata come un tratto negativo, come una cosa da combattere.

Così si perde. E loro hanno perso, malamente.

Le persone (non la gente che ormai è un po' frusto come concetto) non vogliono farsi spiegare un bel nulla.

Non servono fenomeni che danno letture della società e che danno la linea. Le persone vogliono riconoscersi nei propri problemi.

L'unione europea non funziona perché è troppo distante e difficile.

Lo stato non funziona perché è solo un problema, il cittadino non capisce a cosa serve, sfugge nelle sue articolazioni.

Una misura da qualche miliardo sembra un'enormità, poi si scopre che vale spiccioli, ma i cittadini vedono un'enormità.

Nel dubbio il cittadino si arrabbia.

La lezione che si trae dall'accorato discorso di Pierluigi Bersani all'indomani della vittoria di Pirro alle elezione del 2013 è che, ancora una volta, è lui a non essere stato capito. Lui che è capace di fare solo quel mestiere, il mestiere di non fare le promesse.

Ora il problema si pone. Il risultato di non fare promesse, di tenere insieme tutto per non perdere niente, produce l'ingovernabilità.

Se il bel gesto di non essere populisti restituisce un risultato astronomico al populismo, credo che almeno per responsabilità sia necessario abdicare dal proprio ruolo di anime belle e porsi il problema di provare a rappresentare (nel senso più teatrale possibile) qualche cosa.

Uno sforzo rispetto alla riduzione di gap tra il sentire comune e la politica va costruito.

Mentre scrivo la cocente sconfitta del centrosinistra alle elezioni nazionali, e ancora di più a quelle regionali lombarde parla chiaro.

Gli spiegoni di quelli che “la sanno” temo siano definitivamente da archiviare.

Le persone non sono educate né vogliono farsi educare, la storia lo insegna a tutti tranne che ai materialisti storici e agli esperti di dottrina, che è abbastanza buffo, tutto sommato.

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