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Il lavoro culturale

Io nei miei libri, una volta che li ho finiti scrivo il mio nome e la data in cui ho terminato la lettura.

Un po' è un vezzo, un po' mi serve se li presto, un po' mi serve per datarmi, anche attraverso la lettura dei libri.

Delle volte succendono cose notevoli, come riprendere in mano un libro, magari letto in fretta, magari risentito citare, e quindi tornato di attualità.

Il "lavoro culturale" di Bianciardi, mi ricordavo bene di averlo. Ho fatto una ricerca nella mia biblioteca ed è saltato fuori. E' una vecchia edizione, ormai fuori commercio di feltrinelli. Lo apro e leggo "Genn 95".

Faccio 2 conti e trasecolo. Sono passati 14 anni, 5 traslochi, una moglie, due figli (sempre lo stesso cane) è una notevole quantità di acqua sotto i ponti.

Eppure, come spesso succede, Bianciardi ritorna a raccontarmi delle storie.

Gli autori entrano nella mia vita, e talvolta ritornano, sempre per un motivo preciso, sempre a ricordarmi quelllo o quei dettagli che mi erano sfuggiti alla prima lettura.

Rileggendo il testo, sorridevo pensado al motivo per cui lo avevo acquistato.

Totalmente compreso nella mia parte di aspirante filosofo, cercavo un manuale che mi dicesse come fare l'intellettuale e, guarda caso, non lo trovavo da nessuna parte.

Ricordo anche che comprai prima il lavoro culturale de "La vita agra" un altro meraviglioso testo di Bianciardi, di cui mi innamorai e di cui continuo ad essere innamorato.

Comprai il libro per il titolo e ne trassi una delusione profonda. Non avevo abbastanza strumenti per cogliere lo strazio del racconto, cercavo altro e non vedevo cosa c'era in realtà.

Bianciardi che è di Grosseto ci racconta il lavoro di sezione attraverso la promozione della cultura.

La sezione è quella del PCI, lo strumento è i centralismo democratico, la storia è a tratti esilarante e, nell'amarezza con cui Bianciardi racconta il vuoto dell'agire per compartimenti stagni, che caratterizzava il lavoro culturale sul territorio nell'immediato dopoguerra, si coglie, io credo in modo mirabile, quanto il partito abbia rappresentato, nel bene e nel male, un vero, autentico, significativo e concreto approdo per migliaia di persone.

Luciano Bianciardi spesso brucia coloro che descrive con le sue parole al vetriolo. Ha una ironia finissima, delicata. Ma ha la passione del testimone. Un testimone lucido e attento.

Una storia che non va da nessuna parte, nessuno vincerà o farà carriera. Una storia di presenza, compiuta e conreta. Una storia di riferimento.

Bianciardi fuggì dalla sua Grosseto, perchè provinciale ed ostracista nei suoi confronti. Approdò a Milano, di cui disse male amandola profondamente.

In questo libro fa lo stesso. Ironizza alla morte sulle moine e sui teatrini della città di provincia, sui pressapochismi dei funzionari che tengono insieme il lavoro culturale del partito, lasciando una testimonianza vivida e un po' nostalgica; raccontando a noi una sotira che non c'è più, e, magari, un po', dispiace persino.

E Milano? Milano era lontana, su, oltre il Po, vicino alla Svizzera, una città di fabbriche, di grandi imprese, di traffici. Gli intellettuali lassù sparivano dietro a un grosso nome, e diventavano funzionari di un' industria, tecnic della pubblicità, delle human relations, dell'editoria, del giornalismo. Cessavano di esistere come clan, come corporazione, come grande famiglia; non erano più il sale della terra, i cani da guardia della socierà, i pionieri dell'avvenire, gli ingegneri dell'anima.

No, non c'era altra possibilità,: bisognava lavorare da noi, in provincia, nella nostra città.

Poi Bianciardi a Milano, lassù vicino ala svizzera ci è finito davvero. E "La vita agra" è un titolo proprio azzeccato.

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