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La città degli untori

io Corradio Stajano l'ho letto per la prima volta circa 20 anni fa. Era un tascabile Einaudi, e raccorava la storia di Franco Serrantini, giovane anarchico pisano, ucciso dalla polizia durante una manifestazione; eano i tempi della contestazione studentesca.
Era un libro già vecchio, ed anche io ero un ragazzo già vecchio. Mi interessavo di cose già finite.
Erano gli anni appena prima di "Mani Pulite", e cercavo qualcosa che nobilitasse la parola politica; il movimento del '68 mi sembrava interessante, ma è una storia lunga e la racconto un'altra volta.
E' il racconto di un ragazzo che dopo una vita difficile finisce i suoi giorni su un marciapiede morto ammazzato. Una storia umana, che non cercava né vinti né vincitori, un giovane che trova la politica, si appassiona e ne muore, per nessun motivo, solo per caso.
Non era un racconto partigiano, era un racconto dispiaciuto, per quei tempi non era mica banale. Qui si chiude il mio rapporto con Stajano; ha scritto altro, mi dicono interessante, ma io non l'ho letto.
Ho sentito in radio una sua intervista in cui pubblicizzava il suo ultimo libro, il libro scritto da un giornalista ormai anziano, che decide di ripercorrere pezzi di storia, pezzi di vita.
Mi ha incuriosito, siccome stavo aspettando un'amica proprio davanti alla Feltrinelli della stazione di Garibaldi, me lo sono comprato il giorno stesso.
L'ho letto subito, mi ha appassionato.
Stajano è bravo, ha una scrittura un po' troppo articolata, non sono abituato, ma è molto bravo.
Si potrebbe aprire una riflessione sulla scrittura "generazionale" e su come si sia evoluto il modo di scrivere, ma anche questo lo raccontiamo un'altra volta.
Mi piace raccontare "La città degli untori" dalla fine, proprio dalle ultime frasi, che, credo, siano la chiave di tutto il libro.
Stajano conclude il libro con la citazione di "Ho visto un re" di Dario Fo.
E questa citazione permette una lettura in fligrana di quella Milano che l'autore ci racconta, attraversandola, come un flaneur di benjaminiamna memoria. Dal lazzaretto di Manzoni a Piazza fontana, fino a Viale Monza della Marelli.
Ci racconta una storia difficile, a partire dai luoghi che visita. A partire da vie, da strade che sono diventate tanto, tanto diverse.
Ce le racconta con amarezza, una fila di occasioni perdute: enormi potenzialità che non solo non sono diventati atti, ma sono scadute in una sorta di oblio.
Spazi di vuoto che progressivamente hanno riempito la città, vuoto particolarmente rumoroso. Un vuoto che serve al manovratore per agire indisturbato, un vuoto che ha visto migliaia di biografie crescere ed infrangersi, un mondo che invece che crescere per una vita migliore è finito al servizio di pochi che, all'arrembaggio, hanno consumato luoghi ed opportunità, e adesso proseguono nella loro opera di svuotamento dall'interno, in modo che lo spazio tra i cittadini e i decisori sia garantito da un cuscinetto...
Perchè "sempre allegri bisogna stare ché il nostro piangere fa male al re..."

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