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La fornace raccontata a Giacomo

Giacomo deve portare un testimonianza del lavoro in fabbrica. E siccome io ai tempi dell'università in fabbrica ci ho lavorato mi ha chiesto di raccontare la mia esperienza.

Io ho scritto la cosa lì sotto e mi fa un po' specie che verrà corretta da una prof. E' un sacco che non mi capita più :-)

 

La fornace:
Quando ero giovane, per mantenermi agli studi ho lavorato nella fornace di Bressana Bottarone.
Nella fornace di Bressana Bottarone si facevano i coppi (le tegole) e i camini, ed era una lavorazione artigianale. Io che ero giovane e poco esperto ho fatto solo tegole, dei camini non parlerò.
Dico si facevano perché purtroppo, ormai, la fornace ha chiuso, e il bel camino è lì che svetta, spento, ormai da qualche anno.
Tutte le mattine partivo da Pavia, dove abitavo, e andavo a Bressana a lavorare. Quando passavo a Tre Re (un paese tra Pavia e Bressana) guardavo il termomentro, che stava sopra il negozio di elettrodomestici, e se segnava meno di 5 gradi, sapevo che sarebbe stata una giornata lunga.
In fornace il posto caldo è il forno, che ovviamente è coibentato per non perdere il calore, e l'essicatoio. Nei capannoni dove lavoravamo non c'era il riscaldamento, e quando faceva freddo era davvero molto freddo. Inoltre per rifinire le tegole si usava una spugna bagnata (ne parlerò dopo), e sebbene si mettesse l'acqua calda nel secchio dove si bagnava la spugna, quando faceva freddo l'acqua si raffreddava subito, e siccome non si poteva perdere troppo tempo a cambiare l'acqua si finiva a lavorare con le mani bagnate e e gelate.
Per fare le tegole ed i camini si eseguiva una lavorazione non molto complessa, ma molto precisa.
La prima cosa da fare era preparare la terra. Per preparare la terra era necessario metterla dentro l’impastatrice, questa operazione si faceva con la ruspa (che nel gergo degli operai si chiamava benna).
Con la ruspa si prendeva dal mucchio di terra, che stava nel piazzale a "maturare", la quantità necessaria a riempire l’impastatrice; veniva aggiunta l’acqua, e dopo che era stato mescolato tutto per bene la terra veniva pressata in veri e propri fogli, spessi qualche centimetro. I fogli venivano tagliati da una taglierina a seconda del tipo di lavorazione.
La terra così preparata sembrava pongo, dei grossi fogli di pongo.
Se quella mattina venivano fatte le “marsiglie” (che sono tegole molto grandi e pesanti) il foglio era grande, se venivano fatti i coppi il foglio era più piccolo.
Il foglio di terra scorreva su un nastro trasportatore, la taglierina tagliava il foglio a misura (tutti i fogli erano uguali), e c’era un operaio che toglieva il foglio dal nastro e lo metteva sulla baracchina (un carretto a tre ruote che serviva per trasportare i fogli fino alla pressa).
La mattina si preparava la terra, non troppa perché altrimenti si sarebbe asciugata, non troppo poca perché altrimenti bisognava interrompere la lavorazione troppo in fretta.
Gli operai anziani sapevano sempre la quantità giusta. O almeno dicevano di saperlo. Comunque erano loro che docevano basta al momento opportuno.
Spostare i fogli di terra dal nastro alla baracchina era un lavoro un po’ noioso e un po’ faticoso, e siccome ero giovane, lo facevo spesso io. In fabbrica funziona così, chi deve imparare fa i lavori più umili. (E io avevo un sacco di cose da imparare, in effetti).
Una volta preparata la terra e riempita la giusta quantità di baracchine si passava alle presse.
Le presse servono per schiacciare la terra in modo da ottenere la forma necessaria.
Funziona così: si prende il foglio di terra e lo si poggia sullo stampo, lo stampo ruota fino ad arrivare nel punto esatto dove si può bloccare, in corrispondenza precisa con la “battuta della pressa” (che è il punto dove la pressa schiaccia). Una volta arrivato al punto esatto lo stampo viene bloccato e si fa partire la pressa.
Mi ricordo che ero molto magro, e siccome lo stampo era molto pesante, quando facevamo le “marsiglie portoghesi” che erano le più grosse di tutte, dovevo spostare uno stampo che pesava più di me, quindi prendevo la rincorsa e mi ci buttavo sopra, una faticaccia.
Per fare partire la pressa è necessario schiacciare 2 bottoni (messi apposta per usare entrambe le mani, in questo modo è impossibile farsi male).
Quando si schiacciano i due bottoni la pressa scende e schiaccia il fogli di terra e in questo modo si da la forma desiderata.
Schiacciando il foglio un po' terra schizza fuori e si deve togliere subito con le mani. La terra che avanza viene messa su una baracchina e verrà in seguito reimpastata.
A questo punto la tegola è fatta, ma è ancora grezza.
Per questo si prende un telaio (che è una piccola costruzione di legno molto leggera che serve ad appoggiare la tegola) viene appoggiato il telaio alla pancia della tegola e la tegola grezza viene estratta delicatamente dallo stampo.
A quel punto viene appoggiata su un piano e viene rifinita.
Per rifinire la tegola sono necessarie due cose: un radino ed una spugna.
Il radino è uno strumento che ricorda un po’ il seghetto del meccano e serve per togliere le imprecisioni, si passa sui bordi in modo che vengano netti e precisi; la spugna bagnata serve invece a rendere il tutto uniforme.
Una volta compiuta questa operazione la tegola veniva appoggiata su uno scaffale che una volta riempito sarebbe finito nell’essiccatoio. Dell’essiccatoio parleremo dopo.
Il lavoro alle presse si faceva in due.
Uno metteva il foglio sullo stampo e lo spostava fino al punto giusto e lo bloccava, l’altro azionava la pressa e toglieva la terra in eccesso. Il primo poi toglieva la tegola dallo stampo, metteva un altro foglio e rifiniva la tegola.
Se si lavorava con affiatamento era un lavoro continuo e non ci si fermava mai, la cosa bella era che il tempo della lavorazione lo davano gli uomini alle macchine, non le macchine agli uomini. Se gli uomini danno il tempo alle macchine è meglio, perché non si rischia di farsi male. Se sono le macchine a dare il tempo, bisogna correre dietro al movimento e si rischia di lasciarci un dito o peggio tutta la mano. A me una volta è capitato di farmi schiacciare (per fortuna) il dito del guanto troppo largo. Però quella che stavo facendo era una lavorazione strana, che feci quella volta e mai più.
Terminata la lavorazione delle tegole e riempiti gli scaffali è necessario metterli nell’essiccatoio. L’essiccatoio è un posto dove fa abbastanza caldo, mettere le tegole lì serve per fare evaporare tutta l’acqua, altrimenti se si mettono in forno direttamente si rischia di romperle.
Gli scaffali venivano messi in essiccatoio con un muletto, era molto comodo e non si faceva nessuna fatica.
I pezzi stavano in essiccatoio qualche giorno e una volta a settimana veniva fatto il forno.
Il forno è un lungo corridoio con il pavimento in terra battuta che finisce con una curva. Il corridoio è piuttosto angusto, e quando bisogna “caricarlo” è necessario il lavoro di tutti gli operai.
La mattina in cui si carica il forno si portano tutte le carriole nell’essiccatoio e si comincia a togliere le tegole essiccate dagli scaffali. Si fa attenzione a buttare via quelle che si sono crepate e si caricano le carriole, una volta caricate si portano dentro il forno e si impilano le tegole in modo da lasciare un po’ di spazio tra una e l’altra, un po come si fa quando si fanno i castelli di carte. C’è chi trasporta le tegole sulle carriole e chi sta nel forno le impila.
Le carriole sono di legno, hanno due ruote davanti e sul fondo hanno una paretina di legno in modo da poter appoggiare le tegole senza farle cadere.
Caricare il forno è un lavoro lungo e delicato. Bisogna stare attenti a non rompere niente, e bisogna stare attenti a non mettere a cuocere delle tegole già rotte, perchè non ha senso fare il lavoro due volte.
Una volta riempito tutto il forno lo si chiude murandolo, e la sera, il fuochista accende il fuoco. la sera, perchè il forno va sempre di notte.
Li dentro la temperatura è altissima e si cuociono le tegole che poi diventano rosse, come si vedono sui nostri tetti, prima della cottura invece sono marroni.
Il forno resta caldo alcuni giorni, prima lo si scalda e si porta alla temperatura giusta per la cottura, poi lo si apre e lo si lascia raffreddare per un paio di giorni, altrimenti non si riesce nemmeno ad entrarci, e poi si comincia a scaricarlo. Nel frattempo si continuano a fare le tegole da mettere in essicatoio.
Quando si scarica il forno si fa il lavoro opposto, si entra e piano piano si portano fuori tutte le tegole cotte. Lì dentro fa un caldo terribile, e soprattutto d’inverno e abbastanza pesante passare dai 35, 40 gradi dentro il forno ai 2, 3 che ci sono fuori. Bisogna ricordarsi di vestirsi giusti, altrimenti ci si ammala. Io mettevo una maglia di lana e basta, in modo da non farmi gelare il sudore sulla pelle.
Si cominciava a lavorare la mattina presto, ci si fermava per il pranzo, sempre a mezzogiorno,a e si finiva di lavorare alle 17.30.
Erano giornate abbastanza pesanti, ma il lavoro fluiva regolare, e la routine aiutava ad arrivare a sera.
E' un periodo che ricordo con affetto, ho fatto un sacco di fatica e ho imparato anche un sacco di cose, tutte molto utili, soprattutto adesso che faccio un lavoro proprio tanto diverso.

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