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La letteratura come menzogna

Si danno tuttavia altri libri che non si lasciano così agevolmente collocare. Fragili, anche se non di rado impetuosi, sembrano appartenere alla razza dei perituri. Invece, per non si sa quale parzialità della storia, del destino, degli dei, questi libri, per lo più leggeri, consumabili in poche ore di fulminea lettura, questa selvaggina della letteratura, che le piume sgargianti consacrano ad una giovane morte, resistono nelle nostre biblioteche; difficile sistemarli. Hanno l'arroganza del capolavoro; degli effimeri hanno la svelta protervia. Sopravvivono di generazione in generazione: forse sono eterni. Ma quanto bizzarri, irresponsabili eterni. I minimi e i minori, talora nel corso dei secoli trovano chi li toglie dal morto grembo degli archivi, come fossili che danno informazioni preziose sul clima, e la vegetazione di terre e di età scomparse; ma questi altri restano, sempre, frivoli, complici, donatori di ore di delizia, destinati a lettori comuni, anonimi, non meno che agli smaliziati, alle persone “colte”. Entrati di contrabbando in un empireo che non è stato progettato per loro, riescono a rimanervi grazie al festoso cinismo, al garbo delle loro favole lievemente insensate: e così conseguono una frodolenta eternità.

 

Un luogo è un linguaggio: noi possiamo essere “qui” solo accettando le regole linguistiche che lo inventano. Essendo il porsi di un linguaggio arbitrario e non deducibile, i diversi linguaggi indicheranno luoghi totalmente discontinui.

 

La letteratura dell'orrore vuole creare angosce, terrori, brividi, minuscoli traumi, così da fornire il titillamento augurale, che ci predisponga a quell'inferno che è il nostro naturale destino. La sintassi non è che un elaborato urlo di orrore, e un articolato lessico orna e addita piaghe verminose e vermiglie. Non v'è dubbio che il brivido, il ribrezzo, in qualche modo riconoscano, sia pure emotivamente l'impossibilità dell'universo. Tuttavia questa letteratura tocca livelli di rozzezza forse imperfettibili: ed in realtà solo il privilegiato genio può cavare grandi cose da una letteratura che, ipnotizzata da un'unica faccia della morte, è incapace di eseguirne il periplo completo.

 

Dickens è uno scrittore delizioso ed irritante. Quanto è difficile da maneggiare questo cordiale, unghiuto, un po' pingue, o forse pletorico, animale letterario, la cui gola poderosa sa articolare ogni sorta di voci: rugghi, rantoli, stronfi, e anche delicatissime fusa, tiepidi sgnaulii. Domestico o feroce? Quell'equivoco pelame tra giaguaro e gatto domestico ci fa cauti e perplessi.

 

Alice è un libro singolarmente adoperabile: non solo interpretabile, intendo, ma adoperabile come una macchina, un meccano, un giocattolo che, secondo che corra, ruoti, si apra, si chiuda, rotoli, vada in cerchi o in linea retta, cambia colore, rumore, allusione, ed è sempre elusivo, eccitante ed inutile.

 

Nabokov è naturalmente, “l'autore di Lolita”. Gli editori, esperti dei più inconditi e stabili riflessi condizionati dei lettori, sanno che, presentando un libro a quel modo, lo forniscono di credenziali autorevoli , esatte e allusive; il libro nuovo è in certa misura un bastardo, e pertanto giova che gli si getti addosso la grazia socialmente efficace di una genealogia insieme ineccepibile e ambigua.

 

Il mondo ci alletta, ci vuole galantuomini. Possiamo definire la letteratura una adunation, un impossibile, trasformandola tutta intera in una figura retorica. È indifferente all'uomo. Mantiene i contatti con lui solo nella misura in cui costui cessa di essere umano. Nell'istante in cui riesce a persuaderlo, anche implicitamente, che sofferenza, ingiustizia ed orrore, altro non sono che gradus ad Parnassum, escogitazioni per la scoperta di una sintassi imperfettibile, lo possiede, lo induce al peccato irreparabile, lo fa adultero, omicida e mentitore, e felicemente tale. Lo incorona disertore.

Non v'è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell'anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile; quante volte gli si è gettata in faccia l'antica insolenza degli uomini utili: “buffone”. Sia: lo scrittore è anche buffone. È il fool; l'essere approssimativamente umano che porta l'empietà, la beffa, l'indifferenza fin nei pressi del potere omicida. Il buffone non ha collocazione storica, è un lusus, un errore.

Fondamentalmente asociale, il disertore dovrà calcolare le astuzie della fuga secondo le strutture coattive del suo tempo. Detesta l'ordine e la buona coscienza, e la complicità dell'uno e dell'altra gli è fatale.

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