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La nebbia e la banca

Non riesco a fare a meno di cercare cambiamenti.

Guardo la storia, leggo le storie cercando un sensibile mutamento. Potrei accontentarmi anche di un cambiamento piccolo. Non lo trovo.

Leggo Flaiano nel 1950 e mi ritrovo, trovo le cose che mi circondano 60 anni dopo.

Leggo Pontiggia nel 1960 e provo la medesima sensazione.

Il travet, l'omino di azienda, “l'impiegatino asburgico che un giorno morì di forfora” come scriveva David Riondino.

Il travet, quello che sta lì e risponde, quello che non agisce mai, al massimo reagisce. Lui è sempre uguale.

L'invidia, il piccolo mondo, è tutto uguale, non cambia mai.

Allora mi rifugio nelle atmosfere retrò. Nelle nebbie, nebbie alimentate anche dal carbone delle fabbriche, quelle che non ci sono più.

Come se fosse possibile solo peggiorare, come se il teatrino della civiltà cercasse in tutti i modi di autosostentarsi, perdendo di minuto in minuto una quinta, uno scenario; anche qualche personaggio.

Imperterrito però il teatrino prosegue, prosegue la farsa, del tutto ignara della ridicolaggine del suo apparire.

Una narrazione che vira dalla tragedia alla farsa senza soluzione di continuità e senza che il pubblico possa fischiare.

Gli autori sono morti, gli attori continuano impenitenti la recita in un teatro che cade, vuoto.

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