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Le parole e la politica

Massimiliano Coccia lo conosco da tanti anni.

Me lo ricordo giovanissimo con una improbabilissima cravatta sopra i jeans e le scarpe da ginnastica per motivi istituzionali (la cravatta dico).

Romano de Roma (da poco trasferito a Milano per verità) ho continuato a seguirlo nei vari luoghi che la rete mette a disposizione.

Beh, oggi lo leggo su Nuovo Paese Sera, a proposito dell'affaire di Cristiana Alicata che, per non sapere né leggere né scrivere, ha dichiarato che teme dei brogli alle primarie del PD romano perché c'erano molti Rom in coda per il voto (quindi, ovviamente, i voti erano comprati). Mi permetto una semplificazione così tranchant perché i link danno conto del fatto nella sua interezza.

L'intervento di Massimiliano è a tal punto sintetico e condivisibile da perdonargli sia i refusi (davvero troppi), sia il sottotesto che, si vede, toglie qualche sassolino dalle scarpe.

Segnalo due passaggi che secondo me sono significativi:

 Le parole non si utilizzano come un randello, le parole hanno un peso, comportano prese di responsabilità e tu, ieri, con quelle parole, hai vanificato il lavoro di centinaia di operatori sociali, di associazioni e di cittadini che si battono perché all'esterno si  radichi la percezione che i rom e i migranti, fanno parte del nostro tessuto sociale a tutti gli effetti. 

[...]

 una persona che fa politica deve usare le parole per bene e conoscere le situazioni da vicino, perché il punto più basso di tutta questa vicenda è che, e lo so per certo, tantissimi migranti e rom hanno votato per convinzione, perché succede anche che ci siano amministratori che li mettano al centro di processi di cambiamento. Fare di tutta un'erba un fascio è uno dei difetti che più si avvicina al razzismo e devo dire che in questa e in altre occasioni tu, purtroppo lo hai fatto. A Milano, dove mi trovo adesso, durante la campagna elettorale, ho visto tanti rom, sinti, migranti, seconde generazioni, partecipare attivamente alla vita politica della città, perché come disse uno di loro una sera in un circolo Arci: "non mi sento italiano perché qualsiasi cosa facciamo ci attaccate, ma sono felice di partecipare per cambiare le cose".

Mi piace e condivido il richiamo, forte, all'uso del linguaggio da parte della politica. Il pecoreccio a cui siamo abituati non può e non deve essere il parametro di riferimento. E' necessario che chi vuole rappresentare i cittadini faccia uno sforzo per costruire una rappresentazione un po' migliore.

E di margini di miglioramento ce ne sono, direi, dando ovviamente per scontato che la tensione della competizione, e la pervasività dei social network, qualche volta, spiegano gli scivoloni.

Qui l'articolo completo

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