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Populismo e populismi

Domenica sulle pagine dell'inserto cultura del sole 24 ore c'è una bella pagina a firma di Daniele Bellasio intitolata "Il futuro sarà populista", corredata da un neo vocabolario a cura di Serena Danna, in cui vengono analizzati alcuni lemmi che cotribuiscono a riempire questo tema di attualità.

Viviamo il populismo tutti i giorni sulla nostra pelle, assitendo alla crescita, sia a destra che a sinistra, (ammesso che in epoca della politica spettacolo questa definizione abbia ancora un senso) di un modo di comunicare, di costruire consenso, intorno a parole chiave molto secche, teoricamente molto forti, ma a ben vedere estremamente vuote.
Si consumano fiumi di inchiostro nel definire la comunicazione della Lega Nord, del PDL o di Beppe Grillo, il punto vero è che non esiste una ignificativa differenza.
La ricerca è di un consenso non informato, un consenso che abiliti ad agire senza troppe questioni o discussioni. Un consenso che consegni ad un leader, qualsiasi esso sia, le chiavi per una rapresentanza a scatola chiusa.
Ci sono troppi problemi contingenti per l'uomo medio, la politica non entra nel radar delle priorità.  L'opzione è non occuparsene, e lamentarsi del "tutto sbagliato, tutto da rifare", oppure accontentarsi di una storiella, una piccola visione del mondo a cui aggrapparsi, concendendo un voto che è una sorta di alibi per non occuparsene più.
La metafora calcistica utilizzata da Berlusconi per assicurarsi il "tifo" dai propri elettori ha dato la stura ad una personalizzazione prima e ad uno svuotamento poi del senso della politica.
La discussione non verte sulla realtà delle questioni, ma sul merito delle dichiarazioni, sul merito degli scenari, mai verificati, proposti dal leader di turno.
Una balcanizzazione delle opinioni, un "noi" contro gli "altri" a prescindere.
In epoca di complessiva scarsità questo atteggiamento sembra pagare, portando ciascuno a tenere per una squadra e, a prescindere dai risultati, rimanere fedele a quella squadra in attesa, forse, di risultati migliori.
La progettualità, il medio periodo non hanno appeal, troppo difficile tenere conto delle variabili, troppo urgente avere una ricetta che sia tranquillizzante in tempo di paura. E allora gli slogan sulla sicurezza, e allora la militarizzazione delle coscienze, e allora la semplificazione del "noi contro di loro" e della ricerca del capro espiatorio.
Non importa quanto sia effettivamente efficace la ricetta proposta, non importa quale sia l'effettivo peso della problematica messa sul piatto. L'essenziale è che sia sufficientemente urlata e sufficientemente diffusa da diventare LA problematica, il tema centrale.
In tutto questo la stampa, e l'opinione cascano a piedi uniti, alimentando (sempre a favore della propria squadra) il sentimento semplificatorio vincente, conducendo ad una reductio ad unum poco operativa e realistica ma fortemente rassicurante.
Meglio un leader forte, solido e che sa cosa fare. Un leader che interpreta una riflessione di pancia, piuttosto che una riflessione compiuta che vede delle difficoltà e che cerca di venirne a capo.
Mala tempora currunt

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