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QUel giorno che abbiamo parlato di mafia a scuola

Da un po' di tempo per motivi diversi sto leggendo, scrivendo e discutendo di Mafia, in modo particolare di 'ndrangheta, che vuol dire mafia, ma in dialetto calabrese.
Oggi, insieme ad un magistrato importante e ad una professoressa (che dire così è riduttivo, ma oggi faceva la profe) sono stato in una scuola superiore a raccontare la mafia.
Una iniziativa che è nata letteralmente grazie al fatto che io, il magistrato e la profe ci siamo ritrovati in un social network, abbiamo cominciato a parlarne e siamo riusciti a mettere insieme questa iniziativa.
Mi sono trovato in un'aulona sotterranea di fronte ad un sacco di studenti a cui abbiamo cercato di raccontare cos'è la mafia.
Lo abbiamo fatto partendo da due storie (vere), delle mille che ci sono. Due storie durissime, potenti, di quelle che non possono lasciare indifferenti.
Due storie di ragazzi, uno diventato mafioso, l'altro ammazzato per niente.
Peppe che faceva la staffetta a suo padre, boss della zona, assiste all'omicidio del genitore, raccoglie il suo giubbotto e prende il suo posto nell'organizzazione. E Lillo, che fa l'errore di affacciarsi al balcone della sua stanza dopo aver sentito un boato dovuto ad un'esplosione, e per questo viene garrotato e sciolto nella calce viva.
Peppe aveva 16 anni, Lillo 15.
Due storie che servivano a dire che la mafia è una cosa terribile e oscena, ma a tratti maledettamente "normale" e che questo rischia di essere ciò che la rende difficilissima da combattere.
Due storie che ci hanno permesso di raccontare la cultura mafiosa che è il brodo di coltura dei reati di mafia. Quella cultura che va combattuta e prima di tutto conosciuta.
Il magistrato, con grande capacità ha ricostruito molti lemmi e regole che governano la società mafiosa, ha tratteggiato una specie di mondo parallelo che è la cultura mafiosa.
E' un viaggio particolarmente interessante.

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