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Quelli che vogliono bruciare il Corano

 

In questi giorni la vicenda del reverendo prostestante che vuole bruciare il Corano ha fatto il giro del mondo, ripresa da millemila giornali, con gruppi di sostegno su internet e fiumi di inchiostro spesi.

E’ una stupidaggine colossale degna di un brutto film di serie B, ma siccome è successo ci ho pensato un po’.

E mi sono immaginato una storia.

L’ambientazione è un paesello della Florida dove un signore di una certa età è riuscito ad intercettare l’attenzione di una ventina di fedeli, contenti di farsi raccontare che gli islamici (tutti) sono cattivissimi, e che solo la loro abolizione consentirà di vivere serenamente un gruppetto di americani che si accontentano del loro tran tran nella loro villetta di legno.

Questo signore di una certa età pastore protestante di una improbabile chiesa con pochissimi adepti parte con una aggressiva campagna acquisti (si sa che in America i predicatori si pagano secondo il numero degli adepti che riescono ad avere) e quindi lancia l’iniziativa. Bruciamo il Corano il giorno dell’anniversario dell’attacco alle twin towers.

La cosa capita nel 2009 e se ne accorge solo il giornale di provincia, che riporta la notizia perchè si sa che in provincia di notizie ce ne sono poche, e questa qui, dal punto di vista del giornalista, è effettivamente graziosa. (Rimane una stupidata ma tant’è).

Della prima edizione di “Bruciamo il Corano” non ho notizie, ma a quanto pare credo sia stata una cosa abbastanza poco partecipata.

Nel 2010 ci risiamo, con la differenza che il Presidente di tutti gli stati, che è pure nero, e si chiama Hussein (roba da matti!!!) dichiara che vuole fare una Moschea a Ground Zero e in USA c’è un fortissimo dibattito.

Il nostro pastore coi baffi a manubrio (probabilmente indignatissimo) rilancia, e probabilmente stavolta qualcuno gli ha detto che c’è internet e quindi si inventa una campagna.Questa campagna,  guarda caso, arriva alle orecchie di qualche giornalista di qualche giornale un po’ meno di provincia. A quel punto la “notizia” c’è sul serio. Il dibattito sulla “questione islamica” è abbastanza caldo per rilanciare. Ed ecco che scoppia il caso.

Siccome poi su internet, su Facebook in particolare aderire alla qualsiasi è facile perchè basta un click. Un click per aderire e un altro click per dire delle cose cattivissime (che a differenza di quello che capita al bar possono essere riprese e ripetute). E allora di click in click ecco che improvvisamente il dibattito imperversa, migliaia di iscritti ai gruppi di sostegno (tanto con un click…) migliaia di indignatissimi democratici che vorrebbero appendere da qualche parte il cattivissimo pastore, e poi, ovviamente, gli islamici, che un po’ si arrabbiano, ma in realtà non minacciano (per una volta) nessuna fatwa o cose del genere. (Credo che un ruolo significativo lo abbiano avuto i vertici religiosi della comunità islamica americana che in modo avveduto hanno tenuto i toni bassi).

Alla fine però il caso è montato, e ci è voluto l’intervento (nientepopodimeno che) di Obama. 

Un presidente della nazione più importante del mondo che si trova a dover intervenire sullo strano caso del gruppuscolo di facinorosi che vuole dimostrare di esistere, e che rischia di diventare un caso diplomatico di portata mondiale.

E insomma, a quanto pare, il rogo non si fa più.

Quindi molto rumore per nulla e una formidabile (e mondiale, appunto) visibilità per il nostro pastore con i baffi a manubrio.

Chi dice che il pastore è un genio della pubblicità secondo me sottovaluta il “fattore C”, ma a parte questo mi vengono in mente due considerazioni: da un lato internet rappresenta, evidentemente, un luogo dove notizie (e soprattutto opinioni) circolano, tanto ed in fretta. E fin qui tutto liscio si direbbe, non fosse che abbiamo ancora qualche scettico ma vabbè.

In secondo luogo è significativo il rischio di acriticità. Insomma se il pastore delle 20 anime nel paesello della Florida non avesse ottenuto tutto questo clamore mediatico ottenuto si sarebbero trovati in 20 (quelli sono) a fare le loro buffe pantomime e tanti saluti.

Il passaggio direttissimo dai 20 fedeli convinti del suprematismo bianco all’intervento della Casa Bianca fa abbastanza riflettere su quanto l’accontentarsi di molti fruitori della rete (giornalisti per primi) sia un concreto rischio del molto rumore per nulla, che quando non succede niente, come in questo caso, è una “provocazione culturale”; quando dovessero riproporsi condizioni analoghe (che come visto sono tutt’altro che improbabili) con effetti diciamo più “concreti”, beh la tipologia di rischio cambia parecchio.

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