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Ricordo di Enzo Jannacci (invecchio e divento sentimentale)

Questa sera è morto Enzo Jannacci.

Era anziano e malato. Lo sappiamo che prima o poi finisce così, Jannacci è finito nella coda dell'inverno più lungo e freddo degli ultimi 50 anni. Son sfighe.

Quando succede che muoion persone come Jannacci, finisce che ci si mette lì e si ripensa. Mi era successo con De André, ma ero ancora giovane, poi con Gaber. Ecco, con Jannacci mi sa che sono al punto giusto della cottura e mi scappa il sentimentalismo.

Sono inciampato in Jannacci che ero ragazzino. Era la metà degli anni '80, una roba che a ripensarci nemmeno si crede che sono esistiti quei tempi lì. E invece...

Beh era la metà degli anni '80 e io studiavo da intellettuale organico, troppo magro e sfigato per le ragazze mi ero buttato nella cultura. Quindi niente musica commerciale, solo cantautori, e libri su libri. Leggevo tutto Hesse, per intenderci.

Erano i tempi in cui il sabato pomeriggio scappavo da casa appena dopo pranzo, prendevo il treno per Milano e scendevo a Porta Genova, c'erano Senigallia, i Libraccio e il Discomane. I tre capisaldi della mia cultura giovanile. I luoghi di un pezzo importante della mia formazione. A Senigallia mi guardavo in giro, al Libraccio compravo cose improbabilissime di Einaudi (roba di saggistica pesa, roba senza alcun senso) e al Discomane mi son comprato tutto il rock degli anni '70, tutti i cantautori e, appunto, Jannacci.

Prendevo il treno, scendevo a Porta Genova, facevo il mio giro, compravo quello che potevo permettermi (la mancia a quel tempo era quello che era) e poi tornavo verso casa. E sul treno leggevo i miei saggi, e appena arrivato a casa mettevo i vinili sul piatto, nemmeno cenavo talvolta. 

Beh le canzoni di Jannacci son proprio belle, non me ne viene in mente neanche una brutta. Ma tre per me son proprio speciali, più speciali delle altre.
Una è Vincenzina, Vincenzina e la fabbrica. Che è una storia a sé, la mia storia, di  ragazzino poco più che quindicenne commossissimo che guardava Romanzo popolare. Il film racconta di emigrazione e di fabbrica, una storia d'Italia tenera e feroce che mi fece pensare parecchio. Con la colonna sonora di Jannacci.
E poi Sei minuti all'alba. Storia spampanata di un poveretto condannato a morte, perché disertore. Uno che è scappato perché era stufo di fare la guerra: un condannato a morte educato e perplesso perché non capisce mica.

Mi commuovo ancora a sentirla, sta canzone. Una canzone umana, dolcissima.

Enzo Jannacci mi ha raccontato di un popolo bello e brutto, un popolo che sono io, ha raccontato Milano, una Milano che ho fatto in tempo a vedere, un po'.

E adesso che Jannacci non c'è più; quella Milano lì non c'è più, e quella gente lì che non la riconosco più; ecco, tutte queste cose mi mancano, tanto.

E insomma chissà se ha senso o serve a qualcosa, ma mi faceva piacere ricordarmi di quelle sensazioni e di quel ragazzino che voleva capire le cose. Non sono mica sicuro che ci sia riuscito. E intanto, l'ex ragazzino invecchiato si fa cullare dalle note che, un pochino, scaldano il cuore.

E la terza canzone è Soldato Nencini che racconta della leva obbligatoria, di un terone ad Alessandria e di un cane pezzato marone (la singola r non è un refuso), e di Mariù che lascia il povero Nencini e che, beh, fa male ancora adesso.

Caro Enzo Jannacci, ti sia lieve la terra.

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