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Seminario sui luoghi comuni

Il romanzo ha un problema ineludibile. SI basa sempre su una richiesta disperata dell’autore: seguimi; anche quando la tiro per le lunghe. I libri sono sempre troppo lunghi rispetto ad un aneddoto: si, d’accordo, ma alla fine hanno scopato? Ma il lavoro lo ha perso? Il padre lo ha perdonato? Nei romanzi si passano alla lente di ingrandimento le cose in maniera deliberatamente poco efficiente: è faticoso ma da grandi soddisfazioni; l’unico problema è che il bisogno naturale di pettegolezzo e di informazione viene quasi sempre frustrato

[...]

Kafka ha stretto il più possibile, per produrre questo lievito letterario. E’ uno choc, nella sua semplicità: facendoci capire qual è la tensione che sta alla base del narrare, facendocelo capire senza usare i soliti ferri - senza scene, scenografie, dialoghi - pone secondo me la seguente provocazione: a cosa serve creare scene, scenografie, dialoghi discorso indiretto libero e così via se non c’è alla base l’esigenza irriducibile di un personaggio, i suoi limiti, i suoi tic mentali, il suo essere assolutamente particolare? A che serve mettersi a scrivere se non si sa cosa si sta scrivendo? A volte ci si mette frettolosamente a scrivere un racconto, o un romanzo: ci si ficcano dentro cose che occorre ficcarci dentro, ma magari non ci si è ancora calati in quel genere di concentrazione che produce dentro di noi un personaggio: e così sembra esserci tutto quel che serve, e invece non c’è niente.

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